Valerio Varesi, Il rivoluzionario

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Il rivoluzionarioIl Rivoluzionario è un romanzo storico che ha per protagonisti Oscar e Italina, due comunisti bolognesi. La storia che si racconta è la grande Storia che va dalla fine della seconda guerra mondiale alla strage di Bologna dell’ottanta. Il romanzo si dipana malinconico, ma si chiude con la speranza dell’uguaglianza, finalmente. Cosa volevi denunciare? Il fallimento di una ideologia o una sconfitta culturale?

Una sconfitta culturale. Quella sconfitta cominciata nell’ottanta, dove il libro finisce, appunto. Volevo capire come mai siamo finiti dentro la crisi, che ho considerato come un delitto. Così ho fatto un’indagine, proprio come farebbe Soneri. Dall’oggi a ieri, a quel conflitto dove l’Italia aveva partecipato in maniera avventurosa. Ho voluto osservare la carica ideale che si è consumata in quei trentacinque anni, dalla fine della guerra fino a quando il mondo cambia totalmente pelle. Quando muore la politica perché al centro ci va l’economia. Ho voluto riportare l’uomo al centro facendo finire il libro a quel modo.

Cosa direbbe oggi Oscar?

Oggi Oscar sarebbe smarrito.

Perché l’hai fatto così malinconico Oscar?

Non mi è sembrato così (sorride). E’ uno che subisce tante sconfitte, ma continua, combatte. Fa la rivoluzione, anche se la rivoluzione fallisce.

È più rivoluzionario lui o Italina?

Italina è una grande donna. Opera il sincretismo tra ideologia e fede. Ed è una, come sanno fare spesso le donne, che sa guardare alla realtà con occhio più efficace di Oscar. Italina è una donna forte, rimprovera Oscar di non capire, di non saper parlare alle donne. E queste, represse, hanno solo il prete cui confidarsi, cui aggrapparsi, cui facilmente si può vendere l’anima perché la dannazione viene detta in tutti i modi. E’ una donna dal dire coraggioso, denuncia la burocratizzazione e arriva a definire don Marella più comunista dei comunisti.

Non le hai chiesto troppo sacrificio come donna?

Sì. Gliel’ho chiesto. Però all’epoca le donne lo facevano. In più Italina è una donna di partito e il partito li chiedeva, i sacrifici. Il partito era bigotto, moralista e, appunto, chiedeva sacrifici. Tanti.

Oscar potrebbe essere tacciato di ideologismo, romanticismo politico, ma nota che dopo la Resistenza non è cambiato nulla, il dominio fascista continua a permanere camuffato e non troppo. Nota che la grande Storia non ha prodotto i risultati che ci si aspettava, nota l’incapacità del partito comunista di far fronte al cambiamento. In Mozambico finalmente riscopre i valori della resistenza, come pure la lontananza…

Sì. I primi tre anni dopo la fine della guerra sono gli anni della giustizia sommaria perché non c’è una giustizia ufficiale. In Italia non c’è stata una Norimberga, non si è chiesto il conto di quanto accaduto durante la guerra. È per questo che abbiamo un passato che non passa. L’Italia ha solo vissuto di trasformismi, di passaggi pulcinelleschi.

Nel libro questa giustizia sommaria è detta dall’esecuzione di Tartarotti che serve a soddisfare la sete di vendetta, che non giustifico e non è giustificabile. Ma, va detto anche, che le vere vendette furono operate dallo Stato, dai suoi apparati.

Il tuo libro dev’essere consigliato a scuola?

Potrebbe (sorride imbarazzato). Parificare la Storia, nel senso di metterla a pari, di stare equidistanti dai fatti, è sgrammaticato storicamente, appunto. Sarebbe bene non cadere nell’errore grammaticale.

Questo libro dà anima alla storia. La funzione estetica, e tu scrivi davvero bene, serve molto a far conoscere la Storia perché i fatti, da soli, così come sono accaduti, senz’anima, asfissiano la mente. Ora ti chiedo però: perché le rivoluzioni falliscono?

Non lo so. Forse le rivoluzioni falliscono perché spesso, quasi sempre, sono fatte di pancia e sono di una minoranza, mentre gli altri si accodano. Essendo arrivati a monetizzare tutto, molti restano esclusi da alcuni diritti. Quei molti, o quei pochi, fanno la rivoluzione. Quei molti, o quei pochi, raggiunto il loro bisogno, a tratti, decedono dalla rivoluzione. Pochi sono i rivoluzionari coerenti. Secondo il filosofo – di destra – Augusto Del Noce il comunismo sarebbe imploso perché era venuta meno la solidarietà. Emblematico a tal proposito il film di Fellini, Prove d’orchestra. Ognuno va per conto proprio, ognuno convinto di essere in quell’orchestra per fare la differenza. Ne viene fuori solo disordine e rumore. Fino a quando il direttore ristabilisce l’ordine, e li fa suonare. Ecco. Il bisogno fa ricongiungere le persone.

Ma il bisogno delle merci distoglie…

Già. Mezzi di distrazione di massa…

Alcune volte è ipocrisia, il bisogno e la solidarietà che si sviluppa attorno. La solidarietà è innata, no? Ma, a parte questo, ti chiedo se questi tuoi personaggi li conosci.

Alcuni sono reali, altri sono inventati, ma proprio per questo credo che siano esistiti realmente. C’è stata una generazione che ha avuto quegli impulsi, quella generazione potrebbe riconoscersi nei miei personaggi. È stato delicato mischiare realtà e fantasia, una sutura difficile. Anche perché Dozza, a Bologna, non si può toccare…

Hai cominciato con i gialli, poi questioni sociali, fino a La sentenza e Il rivoluzionario. Come accade in uno scrittore?

Non sono nato giallista. Però è un genere che prediligo perché è molto adatto a raccontare l’oggi. Il giallo per me è strumento di indagine sociale. È rintracciare il perché molto più ampio di un delitto. Poi, mi propongo di essere eclettico. Così ho scritto su commissione Il paese di Saimir, sebbene avessi preso spunto ancora da un fatto sociale. Ho scritto un romanzo psicologico come può essere Le imperfezioni. Insomma ci sono storie che mi colpiscono e se resistono vuol dire che vogliono essere raccontate.

Per tutto il libro permane il desiderio di voler proporre una ideologia. Che alla fine resta una utopia. Ma una buona idea non dovrebbe essere imposta?

Il meglio dell’uomo non è sempre funzionale al potere. Mantenere una condizione di subordinazione sì.

Hai avuto paura di toccare qualcosa della Storia?

Ho avuto paura, ma sono stato confortato da un caro amico. Mi serviva toccarla, la Storia, per legare tutto e arrivare a una data. Forse Dozza era meno bracciante di come lo descrivo e Prospero Gallinari più bambino, perché avrebbe dovuto avere circa dieci anni quando incontra Oscar.

Oscar è proprio un nome rivoluzionario, Italina patriottico, poi Dalmazio…

Italina e Ferruccio avrebbero potuto innamorarsi?

Italina comprendeva molto i suoi bisogni. Sì, avrebbero potuto.

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Autore: Vita Marinelli

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