Tre donne sull’isola

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Tre donne sull’isola, di Lidia Ravera, Chiara Mezzalama, Gaia Formenti

Tre donne sull'isola, di Lidia Ravera, Chiara Mezzalama, Gaia FormentiNel settembre 2014 Iacobelli editore ha inaugurato una nuova collana di piccoli libri, “I Leggendari”, piccoli “portatili quanto un cellulare di ultima generazione o un tablet da tenere in borsa”. Il romanzo di apertura era uscito a puntate sulla rivista  letteraria “Leggendaria” – da cui, per altro, il titolo della collana – tra il gennaio e il settembre 2013. “Tre donne sull’isola”, appunto. Un romanzo a sei mani, un diario a tre voci femminili, la cui straordinarietà sta nel fatto che la trama non era stata stabilita in precedenza. Lidia Ravera aveva proposto un esperimento di scrittura  tra autrici di diversa età attorno al tema della relazione ed è lei, con il suo personaggio, Lili, una donna di 60 anni, a dare inizio alla storia, che le altre due scrittrici continuano, dal punto in cui la narrazione si interrompe, mettendo in gioco le loro due protagoniste, Clara, di 43 anni e Ilaria, di 19 anni.

Le tre donne s’incontrano, perché così il caso decide per loro, il 24 dicembre a Stromboli, dove Lili ha una casa isolata sul mare. Una casa bianca, suo sogno da quand’era bambina, finalmente realizzato: “una casa bianca, che incomincia dove il mare finisce… una casa che ha la terra dietro e il mare davanti, e nessuna strada e nessuna persona fra la porta e le onde”. La madre è morta da sei mesi, il padre ha 90 anni e non ricorda più niente e chiede continuamente conto alla figlia della prolungata assenza della moglie. Dopo questo lutto e l’accresciuto deterioramento mentale del padre, Lili ha deciso di interrompere transitoriamente il lavoro e di vivere, con il padre e il cane Trash, a Stromboli tutto l’anno. Il marito, che non capisce la sua decisione, non potrà passare con lei il Natale, l’isola è irraggiungibile per le pessime condizioni metereologiche. E la figlia, che fa la biologa in Australia, non arriverà di certo. Quindi si prepara a passare in tranquilla solitudine il Natale, all’insegna del temporale violento e dell’incessante brontolio del vulcano, quando  irrompono nella sua quiete due donne, entrambe bagnate fradicie. La più grande, Clara, mancata suicida. La seconda, Ilaria, la cui tenda è stata ingoiata dalla furia delle onde, e rimasta senza compagno, partito verso nuove avventure che lei non ha voluto condividere, delusa nelle sue aspettative sentimentali. Lili le accoglie, tir fuori per loro vestiti asciutti, le scalda con tazze bollenti di tè e mette a disposizione due stanze degli ospiti, improvvisamente desiderosa che le due donne restino. “Questo presepe raccogliticcio, queste due statuine naufragate sotto la mia finestra, la notte di Natale, mi sono, chissà perché, necessarie, più che necessarie, confortevoli”.

Inizia così un percorso di avvicinamento, le tre vite si accostano e si ritraggono, un po’ come onde incerte, si raccontano restando in superficie quando sono tutte e tre insieme, si raccontano lentamente in profondità quando ogni ospite è da sola con Lili.  E’ Lili il centro, necessariamente, come padrona di casa e anziana del gruppo. Le altre due godono della sua attenzione, anche quando sembrano volerne fuggire,  e provano invidia l’una per l’altra quando ne sono momentaneamente private.

Ilaria è sbrigativa, non offre mediazioni alle parole che dice, non sembra accorgersi se magari ferisce. Ha provato da subito antipatia per Clara ed è gelosa dell’intimità che ha visto crescere tra le due donne più grandi. “Lei e Clara si guardano e si sorridono complici. Ecco. Mi sento sempre esclusa tra donne. Forse perché non sono ancora una donna. Che poi non so neanche cosa vuol dire… Io vedo esseri che si dibattono tra infanzia e senilità. Nel mezzo, una tregua, quella mostruosa forma di vampirismo, che è la maternità. Tutto qui?”.

Clara, dal canto suo, ha visto Ilaria e Lili chiacchierare da subito, come fossero vecchie amiche e le ha invidiate, nei loro ruoli ben definiti, la padrona di casa e la ragazza, mentre lei si sente la suicida, la morta, la matta. “Mi sento come una che deve imparare tutto daccapo, in particolare come si interagisce con altri esseri umani di sesso femminile. Delle donne che potrebbero essermi amiche, oppure disprezzarmi. Delle donne che non sono mia madre”. Che la massacra ininterrottamente, come voce nella sua testa.

Lili le guarda, le vede momentaneamente libere e determinate a non farsi trovare dal marito psichiatra Clara e dai genitori oppressivi Ilaria e vorrebbe dir loro che “la vita non fa che riproporti gli stessi schemi, i modelli affettivi dominanti sono un paio, non di più. E il resto è silenzio naturalmente. O minime variazioni sul tema”. Come invitarle a non nutrire grandi speranze, ma a restare in stretto contatto con se stesse e con i  propri desideri. “Glielo spiego? No, meglio di no. Meglio non rifilare agli altri il mio stanco filosofare. Pensieri figli della solitudine e dell’esperienza. Una coppia pericolosa”. Eppure si espone al rischio di essere rimessa al suo posto, offrendo ad entrambe quello che può e sa mettere di sé in gioco perché ne dispongano come meglio credono.  Clara ha in cuore e in testa pesi come macigni, che han fatto ammalare la sua anima fino al desiderio di morire. Ilaria ha bisogno di libertà e di tempo per capire chi vorrà diventare e Iddu, come gli indigeni del luogo chiamano il vulcano, le offrirà alla sua maniera un vero aiuto.

Lili, che di sé dice onestamente: “Ho le mie aperture, mi entusiasmo dell’altro da me e metto in atto pratiche lodevoli. Ma mi sazio subito. E allora voglio tornare alla mia dieta di silenzio”, e quindi la si pensa determinata a restare di nuovo sola, accetta, invece, che le due ospiti, ormai non più solo tali, restino per il tempo loro necessario.  Ilaria per avere lo spazio giusto a farsi le sue domande sulla vita, prima di cercare le risposte, e  Clara per godere della compagnia di una donna  “furiosamente sana… ospitale come un entomologo”, che anagraficamente “potrebbe permettersi” di essere sua madre, ma per fortuna non lo è e non è una voce ossessiva nella sua testa, ma una donna vera davanti a lei. Nel loro raccontarsi in prima persona e nel racconto che di ognuna fanno le altre mentre parlano di se stesse, ci sono un’ ingenuità, un dolore e un’ esperienza pieni di contenuti faticosi insieme a quelli lievi, tutti condivisi, a rendere tre donne così diverse – come diverse sono le tre autrici – profondamente complici ad afferrare la vita e a renderla degna del loro presente.

Non di poco conto la presenza teneramente stralunata del padre,  l’intromissione affettuosa di Trash e la prepotenza rumorosa, inquietante, eppure profondamente familiare del vulcano.

Bisogna ritenere decisamente necessario, dopo l’incontro con queste tre magnifiche donne sull’isola,  l’andare a scoprire se l’editore abbia o no mantenuto la promessa di proseguire l’esperienza de “I Leggendari” con almeno quattro titoli l’anno. Sperando che sì.

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Autore: Maria Paoloni

Classe '44, abruzzese di nascita, amo Bologna che abito da 53 anni. Prof di psicologia in pensione. Giro ovunque con un libro, mio accompagnatore privilegiato e necessario. Amo scrivere così tanto che benedico perfino le mail e gli sms. Vivo da sempre al rallentatore il mio presente per accorgermi il più possibile della vita che mi passa accanto.

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