Stirpe, Marcello Fois

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Stirpe di Marcello FoisGià il titolo lo preannuncia. Questo libro è la storia di una stirpe, quella dei Chironi. Il periodo è quello che va dal 1889 al 1943. Quando si incontrano i due capostipiti, Michele Angelo e Mercede, sono poco più che ragazzini. Ma lui fabbro e lei donna. Condividono la stessa condizione di figli di nessuno, si riconoscono subito, si ameranno oltre la vita e anche quando la vita ad uno ad uno, senza ritegno, toglierà loro quasi tutti i figli e una nipotina.
Ancora, per la scrittura, questo libro di Fois fa discutere, quasi fosse sfoggio di cultura. Lunghe pagine sono scritte in corsivo per donare, a voce di Luigi Ippolito, uno dei figli di Michele Angelo e Mercede, l’invenzione di una origine certa, epica. Molti punti seguono regole della retorica enfatica, consistente nella ripetizione della medesima parola a fine e inizio periodi. E come per tenere per mano il lettore.
La bellezza di questo romanzo è tutta nella bellezza dei personaggi. Non ve n’è uno brutto. Non si lasciano deturpare dall’insistenza delle tragedie, anzi. Per voce di Mercede sembrano tutti cantare, mentre tendono i filamenti delle vita, formule rituali.
Non farti notare,
non temere l’abisso,
dona senza tornaconto,
parla sinceramente,
non essere ingiusto,
fai le cose con dedizione,
sii docile nelle avversità, indocile alle avversità.

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Autore: Vita Marinelli

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1 commento

  1. E’ proprio vero che “la bellezza di questo romanzo è tutta nella bellezza dei personaggi”. E sono così tanto belli che le troppe parti – a mio parere – invase dal narcisismo dell’autore non hanno la forza di togliere al lettore la capacità di pazientare che i protagonisti tornino in primo piano. Allora ci si reimmerge nelle loro vite e li si pensa – io lo faccio di sicuro – sostituire al linguaggio raffinatamente colto del loro creatore, una parlata quotidiana che scivoli ogni tanto nella musicalità potente del dialetto, a creare immagini di vera poesia. Sono loro, i protagonisti, a prendere per mano il lettore. L’autore non lo sa fare e neanche lo vuole, la sua “retorica enfatica” è solo un vezzo. E i suoi personaggi lo lasciano enfatizzare, amorevoli, ché hanno ben altro a cui pensare.

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