Senza ragione apparente, Grazia Verasani

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Senza ragione apparenteDell’investigatrice privata Giorgia Cantini chi la segue, dai suoi esordi, conosce bene la pazienza caparbia, con cui imbocca percorsi apparentemente lenti e contorti, venati di una malinconia radicata in un dolore mai del tutto elaborato, che, però, forse le ha lasciato in eredità una capacità tutta speciale di ascolto, lettura e scavo degli avvenimenti, fino alla risoluzione dei casi.

Stavolta si trova di fronte al caso di Emilio, un liceale bolognese di 17 anni, che si è ucciso per svenamento. Con un coltello di cucina ha reciso le arterie per essere sicuro del risultato. Ha lasciato un biglietto e due parole: “Sono stanco”. Sono passati otto mesi da allora e le forze dell’ordine hanno chiuso il caso come suicidio, senza alcuna denuncia contro ignoti o ipotesi di istigazione al gesto. La madre di Emilio, però, non si rassegna, vuole la verità, l’unica strada per trovare un po’ di pace, anche se dolente, e tornare poi finalmente a dormire. E incarica Giorgia che accetta, pur sapendo che dovrà immergersi in un mondo, quello degli adolescenti, di cui sa ben poco.  Non conosce né i loro miti, né i loro gusti. Non sa se un padre o una madre han fatto loro ascoltare i Led Zeppelin, perché si accorgano che non esistono solo i Modà. ” Non so niente, ma penso che invecchiare sia credere di avere avuto diciotto anni in un’epoca migliore, quando in realtà di irripetibile e di entusiasmante c’è solo l’età che avevi”.

Attorno a Giorgia e alla sua indagine ruotano adulti, dai detectives ai professori ai genitori, con una sola interpretazione del fatto: nessuna possibilità che l’accaduto potesse essere previsto e quindi evitato. Nessun segnale, nessun indizio. Adulti che, in realtà, sembrano ombre, comparse, maschere in continua finzione e fuga di fronte a scampoli di possibili verità che esigerebbero coinvolgimenti, prese d’atto, responsabilità. E, in mezzo a tutto questo, i dubbi seminati, non in malafede, ma per disperazione,  dalla madre di Emilio su una giovane supplente d’italiano, di cui il ragazzo si fidava, dubbi che fanno deragliare a lungo Giorgia e le sue indagini dal binario giusto.

Quando, a pochi giorni dall’inizio delle indagini della Cantini, succede che Valerio, amico di Emilio, precipiti dall’ultimo piano della scuola, il trasalimento è inevitabile persino negli adulti-maschere, lo smarrimento nei giovani diventa incontenibile, eppure nessuno, neanche  Bruni, capo della squadra mobile e compagno di Giorgia,  ipotizza che il ragazzo  sia stato in realtà spinto per qualche motivo attinente alla verità della stanchezza mortale di Emilio. I commenti degli adulti sono ancora quelli di sempre:  questi giovani, che non hanno problemi, che hanno sempre tutto,   sono troppo viziati e allora si annoiano, diventano apatici, svogliati, insondabili, scontrosi, non sopportano frustrazioni, ma sono sprezzanti e derisori nei confronti dei genitori.

Solo il preside del liceo sembra interrogarsi davvero, davanti alle domande educate, ma dirette ed inequivocabili di Giorgia: ” Emilio … era Emilio  e basta. E si è buttato via. Ha rinunciato prima di avere il tempo di conoscere qualche antidoto contro l’infelicità e tutte quelle cose che ogni tanto ti fanno dire ‘ che bello’… Allora mi chiedo se noi adulti non faremmo meglio a parlare con i ragazzi, con i nostri figli, della paura…  dovremmo dirgli che la fragilità non è un difetto e che sentirsi inadeguati è un male comune… E invece ci incaponiamo a offrirgli una vita finta come quella di una pubblicità. Non gli parliamo mai della morte, mai del dolore. Non siamo capaci di toglierci le maschere, non sappiamo spiegargli che siamo esseri umani, noi e loro, e cioè fallibili, e cioè imperfetti, e che forse l’unica forza che abbiamo è quella di ammettere le nostre debolezze”.

Giorgia arranca nel buio pesto dei tanti silenzi, fino a che Mattia, il figlio di Bruni, dopo averla osservata a sufficienza come per capire cosa in lei possa aver fatto innamorare suo padre e inferocire la madre, decide di fidarsi e le fa conoscere le ragazze e i ragazzi in qualche modo vicini ad Emilio e a Valerio, che potrebbero avere segreti e verità ancora taciuti sulle due morti. E  finalmente si aprono spiragli di luce, che diventeranno accecanti. Si arriverà a capire che una notte è successo qualcosa di irreparabile che ha travolto più vite, per l’incapacità degli adulti ad essere attenti ai propri figli, alle loro antenne, al loro bisogno di amore e di approvazione, e  l’incapacità gravissima a proteggerli dagli errori dei genitori di cui mai i figli dovrebbero portare il peso.

Tanto altro c’è in questa storia, attorno ad essa, attorno al mondo di quegli adulti, forse pochi, che non sanno che farsene delle maschere, e si interrogano sui sentimenti, sul loro significato, sulla loro durata, sulla gelosia, sul sesso, sulle paure, sul senso dell’esperienza che passa attraverso il dolore e che faceva dire a Mara, “La ragazza di Bube” – romanzo, tra gli altri,  che Emilio aveva letto – che “è cattiva la gente che non ha provato dolore”.  E poi  c’è il mondo dei ragazzi, di tutte le loro prime volte sbagliate per arrivare a quelle forse giuste,  e ci sono le loro canzoni e i testi rap, ” parole in rima di chi assimila le scorie di un mondo impazzito e le trasforma in grezzi esercizi poetici, non sempre scontati, e belli quando non diventano sermoni”.

Su tutto veglia, come può, una Bologna d’autunno, grigia e malinconica, una Bologna di cui Grazia Verasani non ha più bisogno di parlare, l’ha ormai interiorizzata per bene, così come le basta, per parlarci ancora di Giorgia Cantini, farla semplicemente vivere.

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Autore: Maria Paoloni

Classe '44, abruzzese di nascita, amo Bologna che abito da 53 anni. Prof di psicologia in pensione. Giro ovunque con un libro, mio accompagnatore privilegiato e necessario. Amo scrivere così tanto che benedico perfino le mail e gli sms. Vivo da sempre al rallentatore il mio presente per accorgermi il più possibile della vita che mi passa accanto.

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