Sender Prager, Israel Joshua Singer

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Sender Prager, Israel Joshua SingerOgni tanto succede che le pagine di copertina di un libro sappiano solleticare la curiosità e l’attenzione del lettore. In questo piccolo libro rosso, di sole 69 pagine, “Sender Prager”, di I. J. Singer, ed. Adelphi, la quarta di copertina ne ha avuto la capacità e a fine lettura si può davvero elogiare chi l’ha curata.

Questo racconto lungo è una storia al vetriolo della capitolazione di un ebreo, scapolo impenitente, Sender Prager, appunto, proprietario del ristorante Praga, a Varsavia. In maniera del tutto inattesa ai più e forse anche allo stesso protagonista, Sender si trovò, un giorno, per mano e manovra del suo rabbi, fidanzato e in parola per il matrimonio.

La notizia gettò nella più nera disperazione le cameriere ebree di quel ristorante, che avevano avuto, tutte, almeno un incontro erotico con il padrone nel bugigattolo accanto alla cucina, pomposamente chiamato “studiolo”.  Avevano sperato, tutte, di poter essere, prima o poi,  scelte come spose dal padrone, quindi tolte dalla cucina, sistemate dietro al bancone con l’amato bene, messe alla cassa a gestire i soldi, finalmente padrone a loro volta.

L’avevano sperato anche giovani vedove o divorziate che avevano messo gli occhi sì sul ristorante, ma anche proprio su Sender, per il fascino che – secondo loro – emanava, “solido e vigoroso, dagli occhi lucenti e dai capelli neri impomatati”. In realtà somigliava come un goccia d’acqua a Briton, il suo bulldog: tarchiato, collo corto e labbra carnose. Sapeva, poi, appena scrivere il suo nome per la firma e sapeva pochissimo far di conto. Ma a quelle donne non importava affatto.

Anche le cameriere cristiane avevano avuto la loro dose d’incontri erotici nello studiolo, ma loro non piangevano per quel matrimonio. Dei padroni e degli uomini in genere non avevano considerazione alcuna e quindi disperarsi per il matrimonio di Sender sarebbe stato solo tempo sprecato. Sarà Manka la rossa, cameriera cristiana, l’unica a non demordere.

A sua volta Sender non aveva una grande opinione delle donne e non si fidava né delle sposate né delle nubili. Si era salvato da ogni rete femminile fino ai  suoi 44 anni, quando si accorse improvvisamente di non essere più tanto giovane, di cominciare ad avere male qua e là per il corpo, di dormire poco e di fare pensieri tetri su una sua realtà prossima di  solitudine senza consolazione di donna e accudimento nel bisogno. Sotto la spinta insistente del suo rabbi di fiducia, la sua resistenza crollò e in un batter d’occhio si trovò fidanzato con una fanciulla, Edye, che aveva la metà dei suoi anni, di buona famiglia hassidica, che lo guardava con i suoi grandi occhi neri impauriti. Fidanzato, quindi, subito e con sistematicità quotidiana economicamente spolpato, manovrato ad arte dalla famiglia di lei,  riportato sui binari dal rabbi ad ogni tentennamento, e infine sposato, senza nessuno a rappresentarlo, ché i genitori erano morti da anni, non aveva parenti in quella città e degli amici, facili alla sbornia, si era vergognato.

Le pagine sulla frenetica giostra degli avvenimenti sono imperdibili nella loro scarna, feroce crudeltà. E tutto quello che succederà dal matrimonio in avanti sarà anche perfidamente grottesco. Alla scoperta, la sera delle nozze, della mancata verginità di Edye, tanto declamata dal rabbi e dai parenti di lei, Sender, dopo averle dato uno schiaffo, come usava con chiunque gli facesse un torto, senza fare domande, senza alzare la voce, senza lamentarsi, lascerà la moglie sola nel grande appartamento nuovo. Provvederà a lei senza più parole e sguardi, e si abbrutirà a un livello tale da essere evitato anche dalle cameriere che erano tornate un po’ a sperare. Solo il suo cane gli resterà accanto, fedele, e Manka la rossa, cameriera cristiana tenace nell’illusione di un ancora possibile futuro con quell’uomo piegato dagli avvenimenti.

Un personaggio attraversa, quasi invisibile, tutto il racconto per poi salire alla ribalta, nelle ultime pagine, freddamente lucido e determinato a cogliere il suo momento quando per Sender tutti i giochi saranno finiti, perché – come diceva sempre lui – “la capra crepa una volta sola”.

Difficilissimo provare simpatia o anche solo compassione per Sender e così per l’umanità “accattona” che gli ruota attorno. Di certo la capacità finissima di rappresentazione di tutti i personaggi, nessuno escluso, neanche Briton il bulldog, è esemplare di come non servano voli pindarici e ricercatezze linguistiche per delineare perfettamente le miserie umane e farci interrogare in segreto.

Il racconto è stato scritto in yiddish. Apparso per la prima volta a puntate sul quotidiano yiddish “Forverts” dal 24 marzo al 1.o aprile del 1937 . I. J. Singer (1893-1944) aveva allora 44 anni, come il suo protagonista.

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Autore: Maria Paoloni

Classe '44, abruzzese di nascita, amo Bologna che abito da 53 anni. Prof di psicologia in pensione. Giro ovunque con un libro, mio accompagnatore privilegiato e necessario. Amo scrivere così tanto che benedico perfino le mail e gli sms. Vivo da sempre al rallentatore il mio presente per accorgermi il più possibile della vita che mi passa accanto.

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