Dove troverete un altro padre come il mio, di Rossana Campo

Tags: , , , , , , ,

Dove troverete un altro padre come il mio, di Rossana Campo

Recensire questo romanzo – autobiografico – per chi non lo fa di mestiere, ma solo per il desiderio di condividere la passione per la lettura, non è per niente facile.

Ci si trova, fin dalle prime pagine, catapultati in una storia intima, nel rapporto figlia-padre di cui è la figlia scrittrice a parlare. Una scrittrice che per la prima volta sceglie di non usare alter-ego letterari, e si espone in prima persona, senza nascondimenti. E allora si sta di fronte ad una donna di 52 anni che, dopo la recentissima morte del padre, ha bisogno di affidare alla parola scritta il lavoro assolutamente necessario di autocoscienza, di scavo, di riattraversamento del rapporto con Renato. La capacità di scrivere l’ha sempre pensata come dono legato al tipo di padre che le era toccato in sorte,  l’ha pensato così intensamente da temere che quella capacità potesse, alla morte del padre, scomparire con lui. Invece la scrittura è più che mai in mano sua. Questa volta ha la sua voce bambina.  Che tutto è fuori che voce di vittima.

Rossana Campo fin da ragazzina ha scritto, dice, per portar fuori in uno spazio tutto suo la verità delle cose, quelle che la gente si ostina a nascondere, a non voler guardare, sperando che prima o poi diventino altro da quello che sono, un altro più gradevole della verità. La scrittura che in questo libro usa è quella che in fondo le piace:  “una sintassi e una grammatica sporche, un po’ storte e scalcagnate”, un linguaggio fatto di rozze espressioni dialettali campane, una sfilza di classiche parolacce che tutti conosciamo e forse tutti usiamo, ma che vederle scritte ad ogni pagina, o quasi, in un libro non lascia assolutamente indifferenti, soprattutto la gente “perbene”, quella da cui  padre e figlia si son sempre tenuti alla larga, con una sorta di vanto. La madre, Concetta, ha provato a fare di Rossana una bambina “normale”, ma la stirpe “beduina” del padre ha avuto la meglio su quella dei “visi pallidi” della stirpe materna.

I ricordi arrivano a valanga, ripercorrono la storia di un padre speciale,  che avrebbe voluto essere libero sempre e invece si trova costretto a fare il carabiniere per aiutare la sua numerosissima famiglia d’origine. Trasferito dalla Campania in Liguria, indossa la divisa che odia, mentre vorrebbe non dover chinare la testa tutti i giorni più volte al giorno, non dovere obbedire ininterrottamente. Lui vorrebbe fare l’organizzatore di concerti di cantanti famosi,  vorrebbe fare il romanziere, vorrebbe essere un inviato di guerra. Libero, insomma, di essere come si sente, volta per volta, irresponsabile se necessario per star bene.

Per le sue stranezze e la mancanza di disciplina viene radiato dall’Arma, cerca lavoro e ne perde uno dietro l’altro, fino a restare disoccupato. E allora beve disperatamente “come se si volesse cancellare dalla faccia della terra, o come se volesse dimenticare il mondo, spegnere il cervello, i ricordi, annullare tutto. Come se volesse ammazzarsi”. E tante volte rischia di riuscirci. Non si sa quale santo in cielo lo salvi ogni volta.

L’allegria di anni vissuti  sopra le righe, le spacconate, le esagerazioni cedono il posto a giorni di furia, urla, botte alla moglie, disperazione, dolore, lacrime, pentimento. Tante volte allora Concetta prende Rossana bambina e la porta fuori casa, per salvarsi, e stanno ore ed ore in un giardinetto, su una panchina, o in un bar, aspettando che passi il tempo sufficiente a far rinsavire l’uomo o semplicemente a farlo crollare addormentato, e tornare a casa, in silenzio, quasi di nascosto, dentro stanze devastate dalla furia. In quei momenti la bambina si schiera tutta con la madre e prova sentimenti violenti di rifiuto per quel padre, di cui ama la gioia di vivere, non la capacità distruttiva. Il fratello, che arriverà dopo 11 anni da Rossana, non potrà neanche accorgersi della parte buona di quel padre che vedrà sempre ubriaco.

L’autrice, di fronte ai tanti ricordi, a cui ha aperto la porta e che arrivano a valanga, ricordi di  verità che aveva chiuso a chiave in qualche parte di sé, non può non riconoscere e patire che “la persona che aveva preso a perseguitarci era la stessa che mi aveva fatto ridere, che mi diceva di non preoccuparmi, di fottermene degli stronzi. Era il mio amatissimo, tenero padre. Il nemico e l’essere che avevo sentito mio complice e unico extraterrestre con pensieri simili ai miei erano la stessa persona. Che casino porca miseria, sentire di assomigliare e di voler bene a qualcuno che è stato anche il nostro torturatore”. E Rossana rivisita ogni contraddizione, del padre e quindi sua, tra il sentimento di appartenere con orgoglio alla sua stirpe zingara e la consapevolezza di essere stata mille volte da lui abbandonata, tradita, “lasciata in pasto al nemico” .

Ora, però, che la parte distruttiva di Renato non può più far male a  nessuno, alla figlia resta prepotente dentro la parte più bella di lui, quella vitale, anarchica, sganciata dalle regole, dall’ipocrisia, dagli stereotipi dei “normali”, quella parte che lei  ha respirato e fatta sua. E  le succede che alla fine del percorso si senta avvolta da una sorprendente e profonda sensazione di GRATITUDINE. Per le cose che Renato le ha trasmesso e che l’ha resa capace di non farsi mettere la museruola da nessuno e di restare libera da qualunque tipo di catene,  continuando a sentire dentro al cuore lo swing, di cui suo padre le parlava sempre, come quello, per intenderci,  nella canzone di Modugno, La lontananza, “che è come il vento che fa dimenticare chi non s’ama”.

E allora Rossana ha potuto scrivere sul suo blog che “le nostre parti randagie e confuse, la nostra vulnerabilità e tutto quello che non mostriamo agli altri perché ci piace sentirci sempre all’altezza e un po’ fighetti, bé, tutta questa roba è preziosa, è la nostra umanità. Potrebbe essere quanto di meglio abbiamo”.

Ti piace l'articolo? Iscriviti ai nostri Feed!

Autore: Maria Paoloni

Classe '44, abruzzese di nascita, amo Bologna che abito da 53 anni. Prof di psicologia in pensione. Giro ovunque con un libro, mio accompagnatore privilegiato e necessario. Amo scrivere così tanto che benedico perfino le mail e gli sms. Vivo da sempre al rallentatore il mio presente per accorgermi il più possibile della vita che mi passa accanto.

Condividi Articolo su

Invia un Commento

Pin It on Pinterest

Share This