Mi sa che fuori è primavera, Concita De Gregorio

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In “Mi sa che fuori è primavera” Concita De Gregorio, con una delicatissima e intensa partecipazione emotiva, ascolta e offre parole ad una donna profondamente onesta, pronta a raccontare un dolore inimmaginabile, un lotta tenace e un desiderio  di vivere e amare. Ancora. Sempre.

E’ la storia di Irina, che narra di un matrimonio, due gemelle, una separazione, una sparizione del marito con le figlie di 6 anni, il suicidio di lui, il nulla assoluto sulla sorte delle due bimbe. A tutt’oggi. Poche parole, atroci, lasciate dal suicida:”Le bambine non hanno sofferto, non le vedrai mai più”. Era il 30 gennaio 2011. Accadeva in Svizzera.

Per Irina è arrivato il tempo giusto “per ricomporre tutti i pezzi che sento frantumati e dispersi in ogni angolo del corpo… come si ripara un oggetto rotto, prenderlo in mano e portarlo fuori di me. Per tenerlo accanto, portarlo in tasca, metterlo in borsa, ma intero, tutto intero”.

Per quanto brava possa essere chi presta  parole, la storia da narrare è talmente drammatica che ci si aspetterebbe un racconto dolorosamente difficile. E invece Irina porge il suo vissuto con una naturalezza  semplice e limpida che dà l’idea precisa di un lungo cammino, silenzioso e solitario per dimenticare e ricordare. Dimenticare e ricordare: portare fuori dalla mente e tenere nel cuore. E arrendersi all’impossibilità di sapere dov’è chi si ama. “Non avere neppure il suo corpo da immaginare che cammina altrove”.

Irina racconta di Mathias, di come fosse violento di una violenza silenziosa, fatta di post-it gialli, messi ovunque, con istruzioni/ordini per lei su come comportarsi in casa, con le figlie, con se stessa, come se Irina non sapesse vivere, fosse incapace, sbagliata, inutile. Racconta senza recriminazioni, rabbia, rancore. Racconta i fatti, ricostruendoli per sé, per mettere un punto fermo e segnare il passaggio dalla disperazione alla consapevolezza piena. E offrire generosamente la chiarezza raggiunta a chi non l’ha voluta ascoltare, non l’ha creduta, forse l’ha addirittura più o meno silenziosamente condannata.

Si rivolge, tra vari personaggi della sua esperienza atroce,  alla maestra delle due bambine che non le ha voluto restituire i quaderni, temi, compiti in classe, disegni, perché di proprietà dell’istituto. Per riaverli occorre l’effettiva comprovata necessità e seguire una particolare procedura. Scrive anche al procuratore capo responsabile della polizia investigativa che, giunto alla decisione di archiviare le indagini, ha bisogno della controfirma della madre circa la dichiarazione di morte presunta delle due figlie. Irina, che si rifiuta, gli sottopone ben nove punti su cui poco o niente, e comunque male, si è indagato. E sono nove punti di una chiarezza sconvolgente. Scrive anche alla terapeuta di coppia che non ha voluto prendere, a suo tempo, in considerazione la gravità dei post-it come segnale di una personalità psicorigida, pericolosa per sé e per gli altri.

Ci sono, poi, lettere attraversate da un affetto e una tenerezza commoventi, per la nonna, per il fratello, per amici. A cui racconta di aver incontrato l’amore, Luis. Che dice sempre:” Todo cuadra”. Tutto torna. Alla fine ogni cosa va al suo posto. A Irina fa bene crederlo possibile. Alla nonna confessa che da quando ha nella sua vita Luis: “…ho immaginato che la vita potesse tornare ad appartenermi. Perché tu lo sai: non mi apparteneva più da tanto tempo, non ero più io da molti anni. Dopo che Alessia e Livia se ne sono andate, semplicemente, ero sparita anche io”. E quando è entrata nella casa di lui, a Granada, Luis le ha mostrato con naturalezza magnifica la camera in cui le figlie avrebbero dormito se fossero tornate. “Non torneranno, nonna, lo so. Ma non potrei vivere senza sapere che nella mia casa c’è un posto per loro. Il posto che le aspetta, se dovessero bussare e chiedere: il nostro letto, mamma, in questa casa dov’è”.

La narratrice presta a Irina parole anche per fare elenchi, ché ne ha bisogno. Elenchi di cosa ancora le fa male e di cosa le fa bene: sulla rabbia, la felicità, la memoria, e poi le parole conosciute, alla ricerca del loro significato più profondo, e quelle mancanti, alla ricerca di un nome per il genitore che perde un figlio. Non c’è ancora, quel nome. E per ultimo Irina chiede aiuto per “riuscire a dire  voce alta e a occhi asciutti cose che non si possono dire perché nessuno ha un posto dove metterle, non vuole proprio tenerle in mano, bruciano”.  Si può solo sperare di trovare chi ascolti in silenzio e accolga, dia posto dentro di sé a quello che sta ascoltando. Come ha fatto Concita. Prima di andare insieme ad Irina fuori, a fare due passi, che “mi sa che fuori è primavera”.

E’ un libro dove, quasi confuse tra le narrazioni, le lettere e gli elenchi, vengono dette cose che, una volta lette, non possono essere messe via facilmente. Sono pietre e sono carezze. Un esempio, tra i tantissimi:” Sono una madre, lo sarò sempre. Senza figli ma madre. Non servono figli per essere madri”.

E’ una storia vera. Che ha dato vita alla fondazione Missing Children Switzerland, al servizio dei bambini scomparsi e delle loro famiglie.

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Autore: Maria Paoloni

Classe '44, abruzzese di nascita, amo Bologna che abito da 53 anni. Prof di psicologia in pensione. Giro ovunque con un libro, mio accompagnatore privilegiato e necessario. Amo scrivere così tanto che benedico perfino le mail e gli sms. Vivo da sempre al rallentatore il mio presente per accorgermi il più possibile della vita che mi passa accanto.

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