Marcello Fois, Nel tempo di mezzo

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Nel tempo di mezzo

Nel tempo di mezzo è il prosièguo della storia della famiglia Chironi, già iniziata con Stirpe. Qui è Vincenzo Chironi il protagonista, un sardo friulano. Nato dalla solitudine della guerra. Per scoprire chi è veramente Vincenzo intraprende un viaggio nella terra di suo padre, la Sardegna, dove troverà un nonno e una zia. E anche Cecilia.

Le prime pagine di Nel tempo di mezzo risultano ossessivamente descrittive, lente, attente ai microdettagli di un mondo altro come se si volesse far vivere al lettore lo stesso senso di spaesamento di Vincenzo. Era questo l’intento? Il lettore si ritrova davvero spaesato, da cosa dipende?
Dipende dal fatto che noi abbiamo perso il contatto con il sistema della letteratura. La letteratura era un ambito dove ci si poteva permettere cose che in altri settori sono risolti all’occhio. A me piace l’idea che uno sfrutti il medium che ha per utilizzare la scrittura nel suo ambito specifico. Non sono appassionato alla sveltezza. Sono un po’ ottocentesco. Sento una passione per quel periodo in cui la scrittura doveva descrivere un universo non finito. Questo per la scrittura è, sì, un bene, ma anche un handicap. Quelle pagine sono scritte con questo intento. Sono pagine performatiche, potrei dire. Spocchiose, potreste dire. Vedere da scrittore se ce la faccio. I nostri bambini conoscono solo albero e cespuglio. Uno scrittore deve contribuire con un po’ di presunzione. Così, sì. Una risposta è quella data, lo spaesamento. La meraviglia di Vincenzo. Volevo descrivere un terrestre catapultato su Marte. Ma dentro quelle pagine c’è molto della mia idea di letteratura, del lavoro dello scrittore. A me non basta dire campagna. Poi, mi chiedo, si può provare a fare un classico contemporaneo. Una responsabilità è nominare le cose. Quando pensiamo ad un classico pensiamo a strutture stabili da migliaia di anni: voler tornare a casa e non riuscirci, volersi sposare e non riuscirci, il morbo. Queste tre funzioni sono gli ingredienti per raccontarci le cose. I classici sono fatti giustamente così. Perché noi umani siamo barche con due carene. Dentro queste ottanta pagine ho espresso la mia variante di questa teoria. Non a caso Vincenzo incontra un vecchio cieco guidato da un capro. È come se Ulisse incontrasse un dio. Questa cosa è talmente arcaica che tutta l’educazione infantile vi è improntata. Pensiamo a E vissero felici e contenti. Tutto il resto, avvenuto l’incidente, è pettegolezzo, è voyeurismo.
A proposito di Incidente, ma anche di responsabilità. Un personaggio, Michele Angelo, il nonno che Vincenzo trova in Sardegna, insiste molto sulle cose da nominare o non nominare.
Già. Vi faccio un esempio. La volpe, animale temuto, non esiste in Sardegna. Nel senso che si cerca di non nominarla. Perché se viene pronunciata la parola volpe, quella appare. Esistono almeno quaranta o cinquanta parole per dire volpe senza dire volpe. Si usa chiamarla mariane ad es., furbo, da Mariano padre di Eleonora di Arborea.
Dalla lettura sembra un popolo particolare, quello sardo. Non nomina le cose per non farle accadere, oppure, nel caso dei Chironi Erano persone che non conoscevano la parola stupore.
Non la conoscono perché sono applicativi. Io, sono vicino ad una generazione molto vicina all’arcaico. Poi, è tipico dell’isola. Mio padre ha fatto le campagne anti malariche, mia nonna era una donna senza stupore. In Stirpe si racconta di Mercede al mare. Resta basita, ma si scandalizza che volessero ribaltargli l’universo. La generazione dei miei nonni non era una generazione dubbiosa, avevano certezze. Una estrema praticità. E lo stupore, sì, era escluso dalle certezze. Ma i ménage si basano sulle crisi, sulle turbolenze. Un manuale in sintesi è l’incipit di Anna Karenina. Questo movimento critico genera letteratura. Alcuni non si prendono la responsabilità di spiegare questo movimento. Lo dicono e basta.
Vincenzo imparerà cos’è lo strazio. Sullo strazio lo mette in guardia prete Virdis, colui che lo accoglie per breve tempo al suo arrivo in Sardegna. Sempre andare e sempre tornare. Varrebbe la pena di restarsene a far finta che l’umanità non esista. Corrisponde all’isolitudine di Bufalino, Sciascia, Lampedusa?  
Assolutamente sì. È di tutti quelli che nascono in un posto finito. Cagliari per me, ad esempio, era tutto il viaggio che avevo a disposizione. Questa cosa determina una visione di distacco sempre chirurgica. Per me una sindrome, una sensazione tra lo strazio e il terrore. Su un’isola sei un po’ ostaggio, perchè tutte le varianti si accumulano. Non si parte col mare grosso, si può stare giorni senz’acqua, cose così. Io mi sono sempre affezionato in maniera sintetica. Anche ad un compagno di viaggio di due ore. Sentimento che ho voluto fermamente dare a Vincenzo. Questo ragazzo ha due gradi di maturità: autosufficiente economicamente, debolissimo dal punto di vista affettivo. Infatti, è coetaneo di Cecilia affettivamente. Prima è stato un corpo straziato. Finisce così perché non ha l’attrezzatura di base.
La scelta del Friuli perché? Perché Vincenzo Chironi è un sardo friulano? Perché questo abbinamento di terre?
È una scelta personale, un mio carissimo amico è friulano. Poi, mi piace come antropologia il friulano. Ancora, mio nonno, proprio come il padre di Vincenzo, ha combattuto la prima guerra, così da bambino sapevo di Trieste e per me era un’area mitologica. Mio nonno sapeva farlo, il frico! Vincenzo scambia con prete Virdis la cucina, e quando è sull’orlo dell’abisso prega in friulano. Infine, credo in una visione comune tra sardi e friulani, consistente nella testardaggine endemica, nel contatto con la lingua madre, appunto, nell’idea di orizzonte montuoso (pensando proprio ai paesaggi delle due terre).
C’è un breve paragrafo all’inizio del libro, bellissimo. Recita: Così concluse (Vincenzo) che non era poi straordinario che il gabbiano e la poiana volassero a pochissima distanza l’uno dall’altra, con la contezza di chi sa misurare alla perfezione il proprio volo in quella miniatura di cielo.  Le sentite davvero così vicine la vita e la morte, voi Sardi?
L’immagine della poiana e del gabbiano spiega. Sì. È tutto molto concentrato. In Sardegna ci si abitua ad essere molto meno relativi.
Questo tuo ‘relativi’ adesso sembra spiegare il come d’altra specie riferito a Vincenzo e Cecilia. Il primo ragiona in termini di sguardo, la seconda in termini di respiro.
Infatti di quello muore Vincenzo. Non riesce a fare il salto di qualità, si autocondanna. Ho ricevuto molte mail di insulti per ciò che ha fatto Vincenzo, in molti si sono arrabbiati e mia moglie non mi ha parlato per una settimana. Ma Vincenzo non sono riuscito a governarlo.
Era quasi inevitabile.
Sì. Ma è la prova della insipienza della sua affettività. Vincenzo si preoccupa di non avere figli, non di Cecilia che non ha figli. Maturità affettiva che non c’è. Lei smette di amarlo lì. L’amore non basta. Al primo aborto si preoccupa di spiegare perché non era presente. Poi, che il bambino nasca come frutto di uno stupro, è una conquista di Cecilia. Ci penso con voi, adesso.
Proprio perché è una conquista di Cecilia, perché la scritta padre sulla sua lapide?
Non era uno sfregio, anzi. Gli volevo dire Non andartene via pensando che non ce l’hai fatta. E anche Cecilia non dirà mai ad anima viva della violenza.
Il lettore pare deluso da Cecilia, confidava molto nei suoi strumenti. Perché non è riuscita a tenere Vincenzo per mano?
Però, Vincenzo è potentemente riscattato se il lettore lo preferisce. In verità Cecilia non ha queste profondità di analisi…
La paternità sembra ricorrente anche nelle visioni di Michele Angelo.
È l’ossessione dei Chironi vedere la famiglia che si sgretola. Michele Angelo è un fabbro proprio perché ci voleva la forgiatura.
Marcello legge un brano di Stirpe, quando Gavino entra in officina e Michele Angelo gli spiega la pazienza della forgiatura.
Della bellissima lettera di Michele Angelo, quella che lascia disposizioni per quando morirà, cosa puoi dirci?
La lettera è vera ed è di mia nonna. Solo, le ho fatto uno sgarbo, forse, ad attribuirla ad un uomo.
Non ci sono troppe tragedie nella storia dei Chironi?
No. È solo che abbiamo perso la memoria recente. Che non ci ricordiamo da dove veniamo, quali tragedie – genetiche, endemiche – ci hanno accompagnato. La tragedia dei Chironi è che non gli è restato un erede. Ma sono morti per altro.
Ci hai fatto sorridere con la storiella dello zio che arriva in casa.
Sono belle storie della Sardegna, ce ne sono tante.
Questa storia è nata già con l’idea di tre libri?
Sì, ma una trilogia con volumi autonomi. Si possono leggere singolarmente e non si perde alcunché della storia, anche per questo la parte iniziale è necessaria. In futuro ho in progetto l’unione dei tre libri (Stirpe, Nel tempo di mezzo, e il prossimo in uscita), limando i rimandi.
Il dolore è guerriero armato, la felicità fanciulla, dici ad un tratto nel libro.
Stirpe, il primo volume della storia, ha un’impostazione dantesca. Questa frase è espressione di quella impostazione. Il dolore è ostinato, la felicità non fa letteratura (Proust). Ci forgia di più il negativo. Ed è fanciulla, la felicità, nel senso temporaneo del termine. Diventerà donna, ma diventerà altra cosa. In Stirpe la nostra capacità di essere felici dipende dal grado di celebrazione dell’istante felice.
Marianna, un personaggio che si fa amare dal lettore, è stata felice?
Non era fondamentale nel suo progetto la felicità. Lei è il sunto delle donne della mia famiglia, una grande donna. Racchiude la dinamica antropologica interna e quella storica. La prima in maniera violentissima, la seconda all’acqua di rose. Per questo non si offende quando le si dà della fascistona.
(Marianna infatti è la moglie del podestà di Ozieri)
Puoi dirci della dedica?
Non la vince lui, il tumore. È dedicato a mia cugina che è stata come una sorella.
Grazie, Marcello.

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Vita Marinelli

Autore: Vita Marinelli

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