Lo stato di ebbrezza sotto le due Torri

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Lo stato di ebbrezza sotto le due TorriAlberto Bertoni e Piero Ignazi, per Le voci dei Libri, hanno presentato l’ultimo libro di Valerio Varesi nella sala dello Stabat Mater dell’Archiginnasio di Bologna. Cornice importante, quasi che il luogo, con quel suo nome, diventi esso stesso preghiera di riflessione sullo stato di questo nostro Paese. Lo stato di ebbrezza, appunto.

Questo libro è da definirsi a tutti gli effetti romanzo storico, e va a completare la trilogia iniziata con La sentenza e percorsa con Il rivoluzionario. Si sviluppa entro due dimensioni, questo lavoro. La dimensione del romanzo storico e la dimensione della satira.

Il romanzo storico è un genere letterario cruciale. Lo scrittore si assume la responsabilità di informare il lettore su qualcosa che (il lettore) tende a dimenticare. Valerio lo fa utilizzando materiali roventi, riepilogando, qui, quei trent’anni di storia italiana che ci hanno portato al punto in cui siamo.

La satira, dal latino satura lanx, deriva da una metafora gastronomica. La satura, infatti, era un piatto di primizie di diversa varietà offerto agli dei nei cerimoniali. La satira è dunque qualcosa dove si incontrano ingredienti diabolicamente eterogenei.

Valerio dunque pratica le due dimensioni, restando però, e questo è il pregio del suo lavoro, nei confini della letteratura. Il valore aggiunto di questo ultimo lavoro rispetto ai due romanzi precedenti è la necessaria rivoluzione linguistica. Necessaria, altrimenti non sarebbe stato un romanzo credibile per il periodo raccontato. L’operazione linguistica operata fa sì che la satira diventi totalmente parlata. Un parlare che è una rottura di stile per Valerio, ma ogni storia ha bisogno della propria voce. Qui, una voce potente, icastica, surriscaldata, irriverente.

Ancora. Valerio apre a questo tipo di romanzo. Prima di lui non c’è un romanzo della mafia, o di calciopoli, o di tangentopoli. Riempie la lacuna, ma ha bisogno di adottare il linguaggio appena descritto. Si ispira a Céline, utilizzando un gergo di autocoscienza. Un gergo che ha la capacità per il protagonista di scendere fino agli abissi dell’io. Fino ad annichilirsi.

Le pagine finali, quasi monologo interiore, diventano incubo, orrore di sé, sangue marcio.

Il titolo è proprio ed efficace. È il sintagma di un verbale poliziesco. Ma è anche un ossimoro. L’ebbrezza è una eccitazione, l’esaltazione di uno stato. Lo stato è qualcosa di permanente. Lo stato, poi, è anche lo Stato italiano in uno stato di ebbrezza permanente.

Valerio ci dice che questo libro è una ricognizione del passato prossimo scaturita da una forte rabbia interiore. Poi, è un tentativo di capire perché siamo arrivati a questo punto. A questo stato di ebbrezza. Gli anni ottanta sono l’incubatoio di questo stato. Sono la farsa della storia che si ripete due volte. La prima volta era stata tragedia. E questa farsa, nel libro, si conclude con una panzana che verrà scritta prodigiosamente nella storia repubblicana con una mozione: Ruby rubacuori è la nipote di Mubarak.

Ne Lo stato di ebbrezza il protagonista è un settantasettino deluso che si lascia condurre per sfruttare tutte le occasioni e occupare il posto più facile nel mondo.

La narrazione di Valerio è per episodi, perché è un’epoca sfuggente quella narrata. Ma anche perché negli episodi si cela veramente la sostanza delle cose. Poi, per educarci a mettere gli episodi in connessione. Fa un esempio emblematico, riguardo gli episodi. L’incontro di due uomini politici nel ’94. Due popolani. Uno vestito all’inglese, l’altro in canottiera. Quello che ne viene fuori è la fotografia del Paese.

L’obiettivo di questo libro è dunque creare uno scenario. La rete ci ha condannato ad un eterno presente e non abbiamo più alcuna memoria. Uno scenario che sia un discorso, l’utile logos caro ai latini.

Una voce bellissima di donna ha letto alcuni brani del libro. Belli, davvero.

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Vita Marinelli

Autore: Vita Marinelli

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