L’amore cattivo, Francesca Mazzucato

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L'amore cattivo, Francesca Mazzucato

L’amore cattivo, di Francesca Mazzucato, racconta per l’ennesima volta una storia di violenza sulla donna, mascherata da amore. Argomento di cui hanno parlato e scritto  tanti, esperti e non,  e che è stato rappresentato al cinema e a teatro a piene mani. Si potrebbe pensare, allora, che di un altro romanzo sul tema non ce ne sia bisogno alcuno. E invece questa storia è da leggere e da far leggere per lo sguardo particolare che l’autrice posa sull’orrore dell’inganno più feroce. Non è il semplice ed inevitabile sguardo accusatore e giudicante su un uomo violento. E non è lo sguardo compassionevole e solidale sulla donna ferita nel corpo e nell’anima. E’ uno sguardo che indaga a lungo e senza alcuna mediazione – ma anche senza generalizzazioni indebite – il luogo e il tempo in cui Nora ha subìto il danno che segnerà tutta la sua vita: bambina non amata, educata a sentirsi storta, sbagliata, inadeguata da una madre bipolare, che la rifiuta e le fa fisicamente male, da un padre debole e vile, da una sorella perfidamente complice di genitori che l’hanno eletta a perfezione vivente.

Nora è sopravvissuta e sopravvive al vuoto affettivo ferendo il suo corpo per sentire un dolore fisico vivo e forte,  che tolga volta per volta, anche se soltanto per un po’, voce al dolore sotterraneo, altrimenti  inarrestabile. SRT: sindrome da rimessa in atto del trauma, caratterizzata dalla coazione a danneggiare il proprio corpo.  Lo sa e la combatte. Si è fatta aiutare da esperti e continua. Per poter credere di farcela a riparare il danno.

E’ scappata dalla casa degli orrori senza mai sentirsi al sicuro dalla ferocia. Basta una telefonata della madre che esige una sua visita a ributtarla nell’autolesionismo consolatorio. Una vita riservata, un lavoro che adora, la gratifica e le dà esistenza. Una quasi zia, esempio di libertà. Due amiche sincere. Nessun rapporto sentimentale. La solitudine devastante e pericolosa delle domeniche, anche se in una Milano che ama. La libreria della stazione centrale, luogo perfetto di protezione.

In quella libreria Nora incontra Alessandro e per la prima volta le sembra di poter riscattare la sua infanzia di dolore e di rifiuti e decide di fidarsi.

E’ a questo punto preciso che l’autrice sceglie di aggiungere alla sua voce narrante, che parla per Nora, quella in prima persona, agghiacciante, di Alessandro. Ed è a questo punto preciso che si è costretti a guardare nell’abisso feroce della mente di  un manipolatore perverso, di un narcisista folle, che vive un “amore che non fa prigionieri. Che devasta, storpia e scardina”. Nora intuisce il pericolo di perdersi totalmente in quell’abbraccio che le toglie ogni autonomia di movimento, di scelta, di fedeltà a se stessa, che la imprigiona, la stritola, la punisce, la fa a pezzi, la massacra in nome dell’amore. Un amore cattivo. Un amore che in realtà  ” morde il corpo e lo sventra. Avvilisce l’anima. La rimpicciolisce e la devasta”. Nora sa,  ma rimanda.  Per non doversi sentire sbagliata ancora una volta. Si rende conto che Alessandro ha un bisogno ossessivo e malato di controllo  e che diventa furioso, il viso stravolto dalla rabbia, per un nonnulla, che lei non può prevedere e quindi evitare. La subisce ogni volta, la sua furia. Eppure prova e riprova a giustificarlo, torna all’emozione esaltante del  primo incontro, a quell’uomo così perfetto per lei, al piacere indicibile che le ha fatto provare ad ogni rapporto d’amore e tenta di credergli quando le chiede perdono. Non vuole rinunciare al sogno. Un sogno di coppia, che la trasformerebbe finalmente agli occhi della madre in una figlia degna di rispetto e amore. Eccolo il danno iniziale che continua a fare solchi sempre più profondi in quell’anima lacerata.

Il lettore soffre, si arrabbia, vorrebbe scuotere Nora, rapirla, costringerla a disintossicarsi dei suoi bisogni distruttivi.  Ma la voce delirante di Alessandro, che si giustifica, si perdona, punta il dito accusatore su Nora e tutte le donne, esalta la sua capacità di capire  la psicologia femminile, pianifica le prossime mosse per vincere le ultime resistenze della sua compagna, fa venire la pelle d’oca.

“Il bisogno d’amore e di approvazione ti fa cedere sempre. Lo capisco dalle parole che usi, sento la paura che hai di troncare o di perdermi. Non pensare di potermi sfuggire. Non ce la farai mai”.

 

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Autore: Maria Paoloni

Classe '44, abruzzese di nascita, amo Bologna che abito da 53 anni. Prof di psicologia in pensione. Giro ovunque con un libro, mio accompagnatore privilegiato e necessario. Amo scrivere così tanto che benedico perfino le mail e gli sms. Vivo da sempre al rallentatore il mio presente per accorgermi il più possibile della vita che mi passa accanto.

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