La strage dimenticata, Andrea Camilleri

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La strage dimenticata

La strage dimenticata

Nel gennaio del 1848, in Sicilia, si scatenò un tananai tale da farsi sentire nel resto del mondo, scrive Camilleri ne La strage dimenticata. Il moto siciliano fu infatti uno dei primi che sconvolsero l’Europa in quell’anno caldo.

Il libro è breve, circa settanta pagine. Parte da una nota autobiografica, quella della scoperta di una tragedia in versi nella libreria del nonno. Da qui, con la maestria che lo contraddistingue, Camilleri la prende larga, ma sa bene dove vuole andare a parare. Ci racconta che ammazzare non è semplice, neppure riposante. E che a uno che non sa come ammazzare, Caino, corrisponde uno che non sa come morire, Abele. Che Eichmann aveva dovuto sudare per pianificare lo sterminio di sei milioni di persone, com’egli stesso ebbe a dire con una nota d’orgoglio. E che il maggiore Sarzana, quello che qui a noi interessa, pure sudò assai per trovare il modo di ammazzare nella notte tra il 25 e il 26 gennaio 1848 centoquattordici persone in un botto solo e con mezzi artigianali. Lo sterminio avvenne a Borgata Molo, poi Porto Empedocle, sorta allorché, con una bella pinsata e una bella gittata, si presero ruderi del tempio di Giove e ci si costruì un molo, per l’appunto. A Borgata Molo v’era una torre, bagno penale coi Borboni, carcere dopo l’Unità. Una torre di difesa, ma dai nemici interni. Qui i detenuti venivano appaltati nei lavori forzati. Camilleri scrive che ci è entrato, in quella Torre, ed ha trovato solo tane. Poi, una decina di quaderni. Su uno, in stampatello, c’era scritto ‘la vita è bella’. Racconta che, senza che fosse diminuita la luce all’interno, non è riuscito a leggere oltre.

Le centoquattordici persone della strage erano detenuti della Torre. In poco tempo dimenticati perché oggetti di pena, erano. Come quegli arnesi sformati dall’uso che, quando si ritrovano coperti di polvere nel tettomorto, non si riesce più a capire a che cosa, una volta, potessero servire.

C’è un nome in questo racconto che fa sorridere amaramente. Gaetano Attard. A seconda della carriera politica, risulta antiborbonico e repubblicano, antirepubblicano e filoborbonico, infine partigiano dell’Unità d’Italia. Anche lo stesso Camilleri è tentato di parlare assai male di lui. Un pagliaccio, diremmo noi. Ma lui, almeno, i nomi dei centoquattordici detenuti ammazzati come topi li scrisse su un registro che conservò. Ed è questo il senso del libro. Alcun judicio sulla Storia.

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Autore: Vita Marinelli

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