Il figlio del figlio, Marco Balzano

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Il figlio del figlio, Marco Balzano“Il figlio del figlio” è una storia di uomini. Le donne restano nello sfondo. Di loro non si sa molto, ma quello che si sa basta per capire che non si tratta di donne qualunque. Sono “tre uomini messi in riga per ricomporre il tempo”,  i protagonisti, tre generazioni, un nonno, un figlio, un nipote. Il figlio del figlio, appunto. La voce narrante.

Il nonno, Leonardo. Contadino di pesche e ulivi nella sua Puglia, ma senza un pezzo di terra tutto suo. Emigrato a Milano con moglie e quattro figli, negli anni del boom economico, diventa operaio alla Montecatini. Nel tempo libero allora e ancora oggi, che ha 80 anni suonati, va “a cercarsi conoscenze che gli richiamassero la terra e la campagna”, avvicinando chi ha degli orti e distribuendo consigli, perché “pochi sono capaci a far crescere le piante come dio comanda”. L’unico vero dolore che gli ha provocato imbarazzo e vergogna è stato il suo analfabetismo. Le pagine che raccontano come abbia imparato a fare la firma per potersi sposare sono magnifiche nella loro delicatezza.

Il figlio, Riccardo. Il più piccolo dei quattro fratelli, è arrivato a Milano che aveva 15 anni, ha smesso di studiare, entrato subito in fabbrica, preso il diploma con le scuole serali, lavorando anche di sabato. Si è sposato e a 20 anni è diventato padre di Nicola e poi di Laura. Perito chimico. Sta bene dove sta, non ha rimpianti del posto da cui viene, eppure è diventato via via silenzioso, tutto compreso, e forse compresso, delle responsabilità che gli sono piovute addosso. Ora ha 47 anni.

Il nipote, Nicola. Il primo della famiglia Russo ad essere nato in ospedale, il primo ad essersi laureato, insegnante precario, il primo a non cercare altri lavori fuori della scuola, il primo ad amare lo studio ancora e ancora. Una vera delusione per i suoi genitori, che erano ragazzini quando hanno cominciato a lavorare e ad essere economicamente autonomi e per i quali studiare significa non diventare mai uomo.

Nicola ha passato la sua infanzia con i nonni, soprattutto nonno Leonardo – Nonò per lui, babbo per Riccardo – che tutti i racconti, in particolare quelli di guerra, glieli  faceva “in quella sua miscela di dialetto pugliese tradotto alla lettera in italiano, che per lui era una lingua che entrava in casa al mattino insieme ai nipoti e se ne andava con loro la sera”. Con Nonò andava a fare “giri lontani” sulla bicicletta a due sellini, tutto abbracciato a quella creatura grande, che gli sembrava un guerriero e per cui poi, all’arrivo a destinazione,  si sentiva importante a fargli da guida leggendo le insegne dei negozi a voce alta. E a sera di quei giri il papà andava a riprenderlo ed era un giovane uomo “alto e dinoccolato, con la maglietta a maniche corte o la camicia fuori dai jeans, i capelli neri che gli scendevano sopra le orecchie”, tanto diverso dall’uomo schivo e silenzioso che era poi diventato e con cui il figlio non trovava la strada della confidenza.

E arriva quell’anno, d’estate, in cui Nonò dice a Nicola che bisogna andare a Barletta a vendere la casa al mare, dove più nessuno è andato da anni e allora la casa si è come sbriciolata. Per il nonno quell’abbandono è lo specchio dello sfascio della famiglia intera, che da anni non si incontra più, corrosa da una sorta di diffidenza verso le parole di ognuno, come fossero dettate da opportunismo e menzogne. Solo il nonno e Riccardo vogliono venderla, gli altri si oppongono. In realtà è la nonna Anna a patire la decisione, perché lei “senza l’idea di quella casa si sentiva una profuga” e chiede di “non ucciderle le immagini del tempo che appartiene alla sua vita di donna e di madre, e più indietro ancora di ragazza…dopo non si era aperto più un altro tempo in cui si forgiano ricordi buoni da sfogliare nella vecchiaia incartapecorita…lei si batteva per conservare un rapporto con lo spazio, visto che conservare un rapporto con il tempo non si può”. Ma il nonno pensa che “la casa è dove stanno le persone con cui uno si è fatto la vita. E ora è qui che dobbiamo stare”. E parte, portando figlio e nipote. Non a cuor leggero. Nessuno di loro.

La narrazione del viaggio è potentissima in ogni suo movimento fisico e dell’anima, di queste tre anime così distanti l’una dall’altra. Un viaggio fatto di silenzi, rimproveri reciproci, rancori covati a lungo e finalmente espressi, movimenti improvvisi  d’intesa che nulla promettono per l’ora seguente, ma che permettono una consapevolezza di un affetto profondo sotterraneo non sradicabile. E mentre ognuno guarda la città, i posti, la gente, la casa ascoltando i propri sentimenti, legati ai ricordi e ai significati del tempo lungo o corto vissuto in quelle strade e in quelle mura, cambia il loro modo di parlarsi e di avvicinarsi. Tutti e tre soffrono per qualcosa di profondo che non si dicono, ma di cui riconoscono in silenzio la verità. La fatica grande, soprattutto per il nonno che è asmatico, di ripulire alla meno peggio la casa racconta tutta la fatica di doverlo fare.

Scrivere di questo libro è frustrante, perché forte è il dispiacere di dover tralasciare necessariamente parti e aspetti che dovrebbero avere, invece, un posto di riguardo, accanto a tutti gli altri. E intanto insistente è il desiderio di aprire continuamente virgolette per dare piccoli assaggi della poesia nascosta in parole, pensieri, frasi intere solo all’apparenza scarne e schive.

Preziose sono tutte le pagine che raccontano di come il nonno incontri a Barletta solo chi vuole davvero salutare, anche se sa che “nella vita di un altro o ci stai o non ci stai” e che “quando te ne vai è finita” la possibilità di continuare ad essere nella vita degli altri che sono rimasti. Succede che ” chi se ne va ricorda di più chi resta”.

Una parte piccola, ma importantissima, è dedicata al dialetto e alle tre lingue, a tre italiani diversi: quello del dialetto puro del nonno, tradotto poi in un italiano essenziale, quello più italianizzato del figlio e l’italiano di Nicola, perfetto, ma senza la ricchezza del bilinguismo degli altri due, per cui a lui tocca la frustrazione di comprendere senza saper parlare nella lingua intesa.

La casa alla fine sarà venduta e i tre uomini non faranno il viaggio di ritorno insieme, solo il nonno tornerà subito a Milano in treno. Riccardo andrà con la macchina dal notaio a Potenza e Nicola vorrà incontrare a S.Ferdinando la nonna Caterina, spirito libero. Andando da lei in pullman ci offre pensieri davvero imperdibili. Ma forse si vorrebbe essere in treno con Nonò, creatura indimenticabile, a cui affidarsi e di cui prendersi cura.

In una frase, già sottolineata nella nota di Luisa Adorno, a prefazione del libro ed evidenziata pure in quarta di copertina, l’autore fa dire a Nicola:”Pensai che per affezionarsi a qualcosa possono bastare le parole di un altro”. Ecco.  Le parole di Balzano – che, per inciso, ha vinto il premio Campiello 2015 con “L’ultimo arrivato” – ne sono di certo capaci.

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Autore: Maria Paoloni

Classe '44, abruzzese di nascita, amo Bologna che abito da 53 anni. Prof di psicologia in pensione. Giro ovunque con un libro, mio accompagnatore privilegiato e necessario. Amo scrivere così tanto che benedico perfino le mail e gli sms. Vivo da sempre al rallentatore il mio presente per accorgermi il più possibile della vita che mi passa accanto.

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