Gli Scorta, Laurent Gaudè

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Gli Scorta, Laurent GaudèIn qualunque momento può succedere a un lettore, specialmente se accanito, d’incontrare un autore e un suo romanzo, “vecchio” di pubblicazione, di cui non avrebbe saputo  senza la magia del passaparola. E’ successo così con il romanzo “Gli Scorta” di Laurent Gaudé. Il titolo originale “Le soleil des Scorta” risale al 2004, vincitore in quello stesso anno del premio Goncourt. Nel 2005 l’editore Neri Pozza lo ha pubblicato, traduzione di Riccardo Fedriga.

Si narra una storia pugliese, iniziata nel 1875 e arrivata agli anni ’80 del secolo scorso. Sono dieci capitoli, ognuno diviso in paragrafi piccoli, semplici, lineari, scritti come se dovessero essere letti da ragazzini o, meglio ancora, come se fossero la trascrizione fedele di una narrazione orale, per bocca anziana, una narrazione essenziale e insieme appassionata, ispirata a fatti realmente accaduti, a cui si sono mescolate leggende popolane. Sembra come il passaggio del testimone, di cui nella storia si dirà.

La stirpe degli Scorta nasce da Luciano Mascalone, un piccolo delinquente, con una sola ossessione: Filomena Cannito, donna di Montepuccio, di famiglia modesta, ma per bene, che mai lui avrebbe potuto avvicinare, per la sua fama di balordo. Dopo 15 anni passati in galera, Luciano va a prendersi quello per cui ha ingoiato amaro fino ad allora. La donna che gli apre la porta lo accoglie come si accoglie il destino, guardandolo negli occhi e facendolo entrare. Solo mentre sta morendo, lapidato dai paesani convinti che la donna sia stata stuprata, Luciano scopre che  quel giorno non ha amato Filomena, morta da anni, ma la sorella minore, Immacolata, che fin da piccola era stata turbata dal sorriso di quel poco di buono, mai dimenticato.

Da quell’unico rapporto nasce Rocco, e Immacolata muore di parto. Il bambino, che il paese vorrebbe morto subito, per estirpare la mala pianta, cresce presso una famiglia di pescatori, gli Scorta, e diventa  un vero brigante, semina terrore e morte e si arricchisce con i suoi delitti. Quando decide di sposare una donna sordomuta – verrà chiamata la Muta e non si saprà mai il suo vero nome, neanche in paese – Rocco non torcerà più un capello alla gente di Montepuccio, che continua a temerlo, ma  comincia a rispettarlo, perché s’è fatto ricco.  A nessun bambino del paese, però,  è permesso essere amico di Carmela, Domenico e Giuseppe,  figli di Rocco e quindi da evitare. Loro unico amico, contro il volere della famiglia e sopportando percosse furiose, è  il figlio di poveri pescatori, Raffaele, detto Faelucc’. Diventa, per un avvenimento speciale che segnerà per sempre la sua vita pubblica e quella segreta,  uno degli Scorta e con loro, lasciati  nella miseria più nera per una decisione feroce e folle di Rocco, lotta ogni giorno contro la maledizione di un nome e di una sorte segnata, che ora lo riguarda.

Difficile sintetizzare le peripezie dei protagonisti, guidati sempre da Carmela che si fa, da sorella, anche madre e generatrice di idee fruttuose. Si passa dall’emigrazione, al ritorno obbligato, all’idea vincente di aprire una tabaccheria, al contrabbando, alla formazione di nuove famiglie  sempre solidali, alle decisioni drammatiche, ai lutti. Gli avvenimenti, quasi sempre  dolorosi, violenti, tragici, eppure avvolti di una poesia struggente, rendono i personaggi esempi magnifici e nobili di attaccamento alla vita,  alle radici, alla famiglia che deve essere sfamata e resa meritevole di rispetto attraverso la dignità di un lavoro non elemosinato. In particolare uno dei figli di Carmela, Donato, che rifiuta di lavorare in tabaccheria e decide di fare il contrabbandiere per amore del mare, del silenzio, della solitudine, del senso di libertà e audacia, avrà la vita segnata dalla sua prima esperienza di trasporto clandestini e diventerà un “passatore” indimenticabile,  di cui non esiste memoria ed esperienza, purtroppo,  tra gli scafisti di oggi.

Magnifiche le pagine che raccontano del legame appassionato tra i primi quattro Scorta, che non intendono lasciar cadere nel dimenticatoio del tempo nulla delle loro fatiche e allora, alla fine del “gran banchetto degli Scorta”, Faelucc’ chiederà agli altri di prendere davanti a tutti – mogli e prole – un impegno sacro:  raccontare, gli zii ai nipoti, almeno una volta in vita quello che si vorrà, per trasmettere un segreto, un sapere, un’idea, un luogo, “sennò i nostri figli rimarranno come gli altri, quelli di Montepuccio. All’oscuro delle cose del mondo. Senza conoscere altro che il silenzio e il calore del sole”. L’impegno sarà rispettato, il lettore lo scoprirà via via che la storia avanza e ne resterà incantato.

Ci sono, tra le altre, pagine potenti, che raccontano l’amore per quella terra di Puglia che “è più povera di noi, ma fino a quando il sole la scalderà, nessuno di noi la potrà lasciare. Noi siamo nati dal sole… E non smettiamo di nutrircene, di sentirlo sempre sotto i denti. E’ là, nella frutta che mangiamo… C’è il suo profumo nell’olio che beviamo e che ci scende in gola. E’ in noi. Noi siamo i mangiatori di sole”. E di quell’olio, che viene definito “oro”, si narra come sia la salvezza del sud e testimone del valore di chi si prende cura degli ulivi e del suo frutto. Con sudore. E di quel sudore viene detto che bisogna approfittare perché “quando sudi per costruire quello che vuoi, è allora che vivi i momenti più belli della tua vita”. Si è spossati e felici. La felicità selvaggia è figlia di quella fatica.

Un posto importantissimo nella storia lo occupano i preti che si avvicendano a Montepuccio, quelli rifiutati, emarginati, non rispettati,   e quelli amati intensamente perché capaci di farsi fratelli dei paesani  e figli di quel paese e di quella terra. Allora ogni segreto viene loro confidato, ogni peccato confessato e ogni decisione importante messa nelle loro mani, sicuri che sarà rispettata. L’ultimo prete, don Salvatore,  sarà addirittura consigliere speciale, per Elia, malato d’amore: “… sono un calabrese e in Calabria, quando si è rosi dall’amore, si balla la tarantella. Ne esce sempre qualche cosa. Di bello o di tragico”. E gli dice da chi andare a imparare a ballarla.

Don Salvatore ascolterà, tra le altre, la storia di Carmela. Quella di Carmela è  voce anziana narrante che avvolge con il filo della memoria uno Scorta all’altro, voce a cui si affianca, rispettosa, quella dello scrittore. Carmela ha taciuto segreti pesanti. Ora che sente la demenza avvicinarsi  vuole poter raccontare tutto prima di dimenticarsi di se stessa – e la si toccherà con mano questa sua dimenticanza che s’incontrerà fatalmente con il terremoto. Vuole che all’ultima Scorta,  la nipote Anna, venga raccontata tutta la verità, mantenendo così, anche lei, Carmela, l’impegno preso con Faelucc’ da tutti gli Scorta. Don Salvatore lo farà, consapevole che ” le generazioni passano una dopo l’altra. Bisogna solo fare del proprio meglio, poi passare il testimone e lasciare il posto a coloro che verranno”. Sperando sappiano affrancarsi dalla brama che i paesani di Montepuccio hanno avuto e continuano ad avere di far soldi, ossessionati dalla paura di rimanere senza.

Anna sarà la prima degli Scorta a lasciare il paese e ad andare a studiare  a Bologna. Ma a suo padre Elia sussurrerà, mentre insieme assistono al passaggio della processione: “Niente sazierà gli Scorta”. Ed Elia capisce che Anna, pur allontanandosi dal paese, sceglie la stirpe dei mangiatori di sole. Quella fame insaziabile lei la fa propria. “L’eterno desiderio di mangiare il cielo e di bere le stelle”.

Montepuccio, nella realtà, non è un paese, è il nome del monte davanti a Peschici. La tabaccheria degli Scorta è tuttora esistente  in paese.

Si racconta che Peschici abbia accolto male l’uscita di questo romanzo, da cui si è sentito messo in cattiva luce. Per l’attaccamento al denaro, soprattutto.  L’autore, invece, nei ringraziamenti scende in particolari che dicono solo e tutto l’amore per questa terra e per chi la vive. E si augura che “tutti troveranno un po’ di loro stessi in queste pagine… Queste righe sono state scritte per loro”. Allora forse è ipotizzabile che qualcuno abbia letto questo romanzo frettolosamente. In questa estate che ricorda il sole di quella Puglia forse sarà il caso di riprendere in mano la storia degli Scorta e fare esercizio di lentezza.

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Autore: Maria Paoloni

Classe '44, abruzzese di nascita, amo Bologna che abito da 53 anni. Prof di psicologia in pensione. Giro ovunque con un libro, mio accompagnatore privilegiato e necessario. Amo scrivere così tanto che benedico perfino le mail e gli sms. Vivo da sempre al rallentatore il mio presente per accorgermi il più possibile della vita che mi passa accanto.

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