Giuseppe Mundula

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Stirpe di Marcello FoisGiuseppe Mundula in “Stirpe” di Marcello Fois.

Giuseppe Mundula, nel primo romanzo della trilogia sui Chironi, potrebbe sembrare un personaggio di piccolo peso, eppure è lui che permette a Michele Angelo – chiamato Chironi come l’ispettore generale dell’orfanotrofio in cui ha vissuto i suoi primi lunghissimi nove anni – di costruirsi un’ esistenza intera degna di questo nome, scaldato da un amore timido e silenzioso.

Giuseppe è il fabbro del paese. La  sua sposa, Rosangela, muore senza avergli lasciato un figlio.

Come per sciogliere un voto che non ha fatto, ma che risponde al desiderio di Rosangela, Giuseppe va all’orfanotrofio a “pretendere una discendenza” e  sceglie il bambino che ha fatto cadere, nel silenzio monastico del corridoio, la tavoletta col suo numero.  Michele Angelo.

Il giorno dopo lo porta in officina e gli lavora davanti, perché impari osservando. Farà di lui il ferraio più bravo del paese-quasi città.

Giuseppe non parla, guarda come Michele Angelo, in silenzio pure lui,  impari presto e bene e in totale fiducia verso quel padre d’anima che suo padre non era.

Giuseppe sente le loro due solitudini vicine capaci di rendere meno amara la loro condizione. E ha chiaro che stare al mondo solo perché c’è posto non è esattamente una meta.

La vita di Michele Angelo, che Giuseppe ha nelle sue mani, quella sì che è una meta.  E allora lo rende sempre più autonomo nel lavoro, gli affida due stanzette sopra l’officina, lo marita con Mercede, gli cede qualche sua commissione, gli compra un fazzoletto di terra coltivato a vite. Gli mette in mano un futuro.

Di fronte a quel terreno Giuseppe, di nome e di fatto, e Michele Angelo, “padre e figlio nel principio piuttosto che nella carne” si cingono le spalle: il gesto più intimo che dopo 12 anni di vita in comune sanno regalarsi.

– Il benessere porta rispetto – dice al ragazzo che ormai sente figlio a tutti gli effetti. – Chi non ha fatto niente, non era niente. Se arriviamo su questa terra per non lasciare un segno siamo morti due volte.

Le persone care mancano nei momenti belli. Bisogna richiamare le anime ad assistere all’istante di felicità. A diventare nume capace di vegliare. Michele Angelo non ne ha.  Giuseppe sì e allora chiama la vigna Rosanzela.

Invecchiando,  il fabbro si addolcisce e perfino si commuove. Di fronte alla morte in utero della prima figlia di Michele Angelo e Mercede, accoglie lo sfogo del figlio d’anima, nel cuore della notte, e lo trascina sul suo letto di vecchio, come fosse un bambino piccolo che deve abbandonarsi al sonno.

Quando la disgrazia si abbatte di nuovo sulla giovane famiglia – i due gemelli vengono rapiti e ammazzati brutalmente – Giuseppe raggiunge il figlio che ha disperatamente bruciato la vigna, come se da quel benessere gli venisse ogni tragedia.

Per la prima volta lo chiama: Figlio! Che hai fatto, figlio? e, anche se ne ha, d’istinto,  paura e sgomento e gli verrebbe da scansarsi, si lascia abbracciare da quella sua creatura che piange tutte le sue lacrime senza consolazione. Lo tiene stretto. Non si dicono niente, ché non c’è niente da dire.

La vita va avanti, altri figli arrivano, Giuseppe invecchia e riceve il suo posto d’onore a casa di Michele Angelo. Quando è ora di morire, c’ è Mercede con lui,  la guarda e pensa quanto sia bello portarsi nella tomba l’immagine di quel viso di donna. A lei riassume la sua vita:

– Sono stato bene. – Nient’altro dice, ché non ce n’è bisogno.

Lei sa cosa rispondergli:

– Siete stato buono. Siete stato più di un padre.

Lui non è stato al mondo solo perché c’era posto.

La morte arriva sotto forma di confidenza intima, regalata a quella donna che gli è rimasta accanto:  Giuseppe se ne va – padre e testimone, anima in viaggio –  lasciando a Mercede un foglio di giornale con la notizia illustrata della partenza per la Crimea di un gruppo di volontari sardi. Uno dei soldati è il padre di Giuseppe.

Questo ha voluto che si sapesse, questo aveva conservato delle sue origini.

Durante la veglia si usa che gli intimi del morto debbano chiarire tutto quello che è rimasto in sospeso. Ma con Giuseppe non si può fare, non c’è nulla da chiarire. E allora, di fronte a lui che, morto,  si mette a sedere sul letto, nessuno si spaventa e ascoltano tutti le sue parole rassicuranti:

– Qui va tutto bene. Qui c’è quello che deve esserci, non temete nulla.

E così i vivi sanno che Giuseppe continuerà a vegliare su di loro, in silenzio, con tutto l’amore che ha imparato a sentire e a riconoscere.

Non è di certo un personaggio di minor peso nella saga Chironi, proprio no.

 

 

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Autore: Maria Paoloni

Classe '44, abruzzese di nascita, amo Bologna che abito da 53 anni. Prof di psicologia in pensione. Giro ovunque con un libro, mio accompagnatore privilegiato e necessario. Amo scrivere così tanto che benedico perfino le mail e gli sms. Vivo da sempre al rallentatore il mio presente per accorgermi il più possibile della vita che mi passa accanto.

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