Due, Irene Némirovsky

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Due Irene Némirovsky

Due di Irene Némirovsky

“Si baciavano. Erano giovani. I baci nascono in modo così naturale sulle labbra di una ragazza di vent’anni! Non è amore, è un gioco; non si insegue la felicità, ma un attimo di piacere. Il cuore non desidera ancora niente…”. Comincia così il romanzo della Némirovsky,  “Due”, ritenuto il suo primo romanzo d’amore, apparso nel 1939. Lei morirà solo tre anni dopo, ad Auschwitz.

Sono gli anni venti. Parigi, primavera, la sera di Pasqua, la prima dopo la guerra. Cinque giovani – due ragazze e tre ragazzi – hanno lasciato un noioso ricevimento ed hanno viaggiato fino ad un alberghetto isolato in campagna. Nella sala deserta hanno cenato e ballato. Alla sola luce del fuoco si sono abbandonati, poi, a carezze e baci estenuanti. L’unico giovane rimasto  senza labbra di donna da baciare ha finto di dormire.

I tre ragazzi, reduci della prima guerra mondiale, solo pochi mesi prima erano sdraiati nel fango delle trincee della Piccardia o nelle sabbie delle Fiandre ed ora vogliono semplicemente assaporare ancora e ancora il piacere dell’attimo presente, non vogliono perdere tempo, ché hanno dovuto forzatamente scoprire di essere mortali.  E le ragazze si muovono in sintonia con il desiderio dei loro compagni. In realtà già in quella sera le emozioni segrete sono molto più complesse ed evolveranno, poi, e alcune scelte saranno in assoluta contraddizione con i sentimenti più profondi e nascosti. La vita scorre, si formano giovani famiglie con figli; genitori anziani – denudati nelle loro debolezze – muoiono; rancori tra fratelli, sorelle, rivali si stemperano. Nascono, in un terreno già occupato e promesso, amori assoluti. Si aprono porte al desiderio di morte.

L’autrice indaga, senza sconti di alcun tipo, i movimenti dell’anima dei protagonisti, per una manciata di anni, privilegiando in maniera quasi esclusiva Marianne e Antoine, attorno ai quali le altre storie vivono e si muovono anche a creare lacerazioni e dolorose consapevolezze. Lo scavo va in profondità nell’ “essere in due”:  silenzi, bugie, compromessi, introspezioni solitarie, decisioni istintive, accuse, assunzioni di responsabilità, ripiegamenti, fino alla possibilità  di passare dall’amore all’amicizia, dal tormento reciproco al volersi finalmente bene. Quando la narrazione s’interrompe Marianne ed Antoine sono molto giovani, i figli non ancora adolescenti. Tutto quello che avrebbe potuto allontanarli per sempre si è dolorosamente e silenziosamente ricomposto, sia per scelte altrui che per la tenacia della volontà di restare insieme, nonostante tutto.

Gli anni di vita in comune hanno fatto  di due esseri  uno solo e sentono che,  solo restando uniti,  possono diventare invincibili. Hanno potuto scontrarsi, a tratti odiarsi, ma sono diventati uno, alla stregua di due fiumi che hanno mescolato il loro corso. La passione non abita più le loro vite, ma sono ancora attraversate da quel piacere “che era solo l’ombra dell’antico amore, ma che, alimentato dai ricordi del passato, da un’appassionata volontà di oblio, ogni tanto rinasceva e rifioriva”. 

Il titolo, allora, potrebbe essere l’evocazione del tragitto che ha portato  due creature – due, appunto – a diventare uno,  ormai capaci di com-passione per le ferite reciprocamente inferte sotto la furia della passione umiliata e uniti da una profonda amicizia, ancora in grado di accogliere il piacere.

Oggi forse ci si sente invincibili solo se si è capaci di stare insieme mantenendosi “due”, assolutamente “due”, senza correre il rischio di confondersi, di perdersi nell’altro, di  non sapersi più riconoscere fino a diventare nessuno se non assieme. Ma in “Due” si è negli anni Venti, è importante ricordarselo, per  incantarsi di fronte alla straordinaria modernità dell’ analisi psico-sociologica della Nèmirovsky, disincantata, impietosa, eppure calda di empatia  e onestà.

Oggi, dall’alto delle nostre presunzioni, anche se in tanti casi giustamente motivate, sappiamo ancora farne uso, dell’empatia e dell’onestà?

 

 

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Autore: Maria Paoloni

Classe '44, abruzzese di nascita, amo Bologna che abito da 53 anni. Prof di psicologia in pensione. Giro ovunque con un libro, mio accompagnatore privilegiato e necessario. Amo scrivere così tanto che benedico perfino le mail e gli sms. Vivo da sempre al rallentatore il mio presente per accorgermi il più possibile della vita che mi passa accanto.

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