Donatella Di Pietrantonio, Bella Mia

Tags: , , ,

Bella MiaBella Mia è la storia di due sorelle separate dal terremoto del sei aprile 2009 a L’Aquila. Da questa separazione, o dal terremoto, si forma una famiglia anomala. Sotto lo stesso tetto convivono, per forza, accomunati da uno stesso lutto, una madre, una figlia ed un nipote. I tre personaggi sono chiamati ad elaborare ognuno il proprio lutto, ma anche a ricostruire una rete di relazioni in questa triade. È la storia di due sorelle gemelle o la storia del terremoto di L’Aquila?

È la storia di entrambi, di due sorelle e del terremoto. Dopo il sisma, gli abitanti della città distrutta vengono deportati nelle diciannove new town che vengono attrezzate, una specie di periferia frammentata. Ho provato a raccontare questa ricostruzione, o tentativi di ricostruzione a più livelli. Quello sentimentale, quello familiare e quello collettivo. Una rete di rapporti. Una città è soprattutto questo. Una rete di relazioni umane, posti dove incontrarsi. È questo che è stato distrutto dal terremoto, anche. Per quel che riguarda la storia, il terremoto è un pre-testo. Mi interessava guardare le relazioni umane, appunto, in una condizione di stress emotivo, in una condizione estrema dove l’evento sisma è stato un amplificatore del dolore.

Ti interessava restituire una verità senza pietismo?

Forse ti riferisci ad un articolo di Baiani e al suo contenuto parzialmente critico. Lui sostiene che sono stata condizionata da una grossa copertura mediatica e quasi costretta a distanziarmene. Sostiene che io abbia dovuto assumere un tono. Ma io, questo, non l’ho vissuto nella scrittura. Stavo scrivendo altro quando è avvenuto il terremoto. Poi, ho scritto a distanza dall’evento, come scelta, proprio, di mettere una distanza temporale che raffreddasse le emozioni. Io ho trovato la mia voce, semplicemente. Poi, se sia efficace nella narrazione e nella suggestione, non so. Ma non ho sentito affanno. E quella delle due gemelle non è una storia vera, non ho potuto avere condizionamento.

Perché sono gemelle le sorelle?

Mi è venuto spontaneo. Appena l’ho deciso mi sono spaventata perché non ho gemelli, ma non ho neppure fratelli o sorelle. Come farò, mi ero chiesta. In realtà poi una gemella l’ho sentita, l’ho intervistata. Non è stato difficile, è proprio vero che siamo moltitudine. Le sorelle nel libro sono gemelle perché volevo un legame intensissimo interrotto dalla morte. Volevo un legame simmetrico fisicamente, ma molto asimmetrico per tutto il resto. Volevo quest’apparente simmetria per guardarla dentro e poterla rovesciare. Quella che sopravvive è la sorella ‘debole’, non quella ‘onnipotente’. Quando quest’ultima muore, l’altra è costretta a confrontarsi finalmente con la sua unicità perché non è più una metà. Resta amputata dell’altra, ma comincia proprio da quest’amputazione il percorso di definizione di sé come essere autonomo. Così scoprirà risorse che non sospettava di avere e scoprirà, soprattutto, che anche sua sorella, l’onnipotente, era fragile.

A proposito di metà, c’è un brano corsivo nel libro. È tratto da un libro o è sempre un tuo contributo?

Non mi era mai stata chiesta questa cosa. Sì, è un brano di un libro di Tournier, Le meteore. Un libro che richiede tempo.

Invece la poesia introduttiva parla della sorella sopravvissuta? E ancora: perché questa donna non si arrabbia e fa passare alcune cose come fossero sciocchezze? Come se non fosse in grado di reggere il dolore delle cose.

Mi colpisce questa riflessione. Sì, è la voce di Caterina che si è sempre percepita fragile e che, se ritorna indetro, si può descrivere con le parole della poetessa. Pochi chili avevano il mio nome possono stare nella bocca di Caterina. Il rapporto col nipote. Naturale. Intanto nei confronti di un adolescente, è difficile amarlo tutto. Gli adolescenti parlano spesso col linguaggio del corpo. Cogli spigoli del corpo, un gomito, un fianco, un ginocchio. A qualcuno può sembrare scandaloso che una zia non si lasci andare col nipote orfano. Lei lo racconta nella sua verità, mentre lei stessa è schiacciata dal medesimo lutto. Ma sono incomunicabili. Sulla mancanza di rabbia davvero rifletto, ed è anche questa una cosa che non mi era mai stata chiesta. Potrei dire che Caterina è in uno stato mentale in cui molte cose sono superate e non sono importanti. È vero che lei sta ancora lavorando, è in un dolore totalizzante per questo non si arrabbia. Molte cose per lei hanno perso importanza. È distrutta in una parte di sé. E che l’uomo con cui ha iniziato una storia se ne vada senza un messaggio, senza niente, non è importante.

Sei molto poetica anche tu, Donatella. In questo libro si trovano espressioni come pendono lievi, privi di corpo per dire dei vestiti appesi nell’armadio, oppure a tubo ubriaco per una bottiglia di spumante non gradita, intermente svuotata nel lavandino, o ancora il marmo che chiude la figlia per dire di una tomba.

Vengono, queste espressioni. Sono attimi di intuizione. Ma pare che non vadano più bene. Le storie che vengono richieste debbono avere una lingua piatta, meno espressiva.

La morte della gemella permette a Caterina di rivalutarsi. Una morte necessaria.

Caterina non era cresciuta. Né era molto risolta. Stava in una bolla dove c’era anche la sorella. Era sempre nella sua orbita, senza mai uscire veramente dalla simbiosi. La morte della sorella, paradossalmente, è il punto di partenza. È una opportunità, una necessità. Caterina vedeva un po’ nero anche prima del terremoto. Però è proprio sua, adesso, la capacità di smentire tutto.

Nel tuo primo libro, Mia madre è un fiume, è una madre il detonatore esistenziale. Ho chiamato mia madre il mio volo zoppo, dici. Si può sostituire madre con terremoto?

Forse. Ma fino ad un certo punto. Caterina è già ad un livello maggiore di consapevolezza e riesce a ridimensionare la responsabilità dell’evento terremoto. Quel terremoto è solo il punto di discrimine. Ci sarà nella storia un prima e un dopo il terremoto. Però il terremoto non è tutto. È stato un detonatore, un amplificatore. Ma il posto dove è avvenuto conteneva già delle storie conservate da una normalità.

Sei una dentista. Anche questa professione aiuta in una produzione letteraria, anche se dal dentista solitamente si sta zitti?

Grazie della leggerezza della domanda, a questo punto ci voleva. Dico sempre che anche i dentisti hanno un’anima. È impossibile curare i denti, entrare in un luogo intimo, senza stabilire una relazione. E questo se aiuta nella scrittura è bene, perché la vita è nella normalità. A me capita di rivolgere domande ai pazienti quando non possono rispondere perché la voglia di rapportarsi è tanta.

Che tipo di metafora del dolore rappresentano quello che fanno i personaggi? La scultura sul finale, per esempio. E ancora: quello che tiene lontani zia e nipote non è forse la paura che prima o poi venga posta la domanda perché lei e non tu?

È una domanda che aleggia e lei, Caterina, per prima la esplicita. Proietta questo senso di colpa sul nipote. Lei si vede cogli occhi del nipote, seduta al posto della madre. Circola silenziosamente tra loro.

Ci tengo molto al momento della scultura. Caterina era una decoratrice di terracotta. Quel momento è di trasformazione, da artigiana diventa artista. Scava una bocca, la fa urlare. Quello è un momento suo, di scoperta della realtà della sorella. La sorella non lo potrà più fare. È morta di una morte banale, per uno sbilanciamento. È morta in cerca di pantaloni mentre c’era il terremoto. È Caterina che a posteriori le restituisce l’urlo che era l’infelicità che la abitava. Parallelamente alla sua tremante, zoppicante, scoperta di sé, Caterina scopre la sorella, ecco. Si accorge di non averne mai avuto una percezione vera, quand’era in vita. E non l’aveva mai avuta coerenetemente alla sua pigrizia di vivere. Era più comodo risolversi attraverso il suo doppio.

Abbiamo parlato soprattutto di Caterina, la sorella sopravvissuta. Ma c’è un altro personaggio che merita attenzione nella tua storia ed è la madre delle due sorelle. Il libro non poteva che chiudersi con l’immagine di questa donna. Sul corrimano la vecchia fede consumata dalle durezze del mondo ancora brilla.

Sono molto affezionata a questo personaggio. È l’emblema delle donne anziane abruzzesi, depositarie dei legami. È una donna che non vuole legarsi, ma è la prima che ci casca. Si fa, infatti, madre della giovane madre. Alza gli occhi dal proprio dolore.

Quanto ti piace il tu, Donatella?

Mi piace moltissimo perché è la relazione diretta, è il corrispettivo dell’io.

Il professore di cui si innamora Caterina insegna a Bologna. Sapevi che saresti venuta da noi?

Niente è a caso. Bologna è diversa. È la città universitaria per eccellenza. Per gli abruzzesi due sono le città universitarie, Roma e Bologna. Ma Roma è grande, così spesso si sceglie Bologna. Ma poi, non credo sia solo per l’università. C’è qualcosa di Bologna che somiglia a L’Aquila. Entrambe hanno un non so che.

La grande protagonista è L’Aquila bella mia?

Alla fine sì. Per quanto io sia attratta dai personaggi, alla fine parlo sempre di territorio.

Saranno gli aquilani a ricostruirla, L’Aquila?

Sì, saranno loro. Se non fosse tragico, sarebbe addirittura divertente. Ne abbiamo viste di tutti i colori. Comparsate politiche di ogn parte. Progetti fantastici persi come tutto il resto. Saranno gli aquilani a farlo perché ho paura che, se lo fanno da fuori, possa perdersi quel non so che.

Ti piace l'articolo? Iscriviti ai nostri Feed!

Vita Marinelli

Autore: Vita Marinelli

Condividi Articolo su

Invia un Commento

Pin It on Pinterest

Share This