Cade la terra, Carmen Pellegrino

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Cade la terra, Carmen Pellegrino

Cade la terra, Carmen Pellegrino

C’è un modo tutto particolare di guardare le rovine, i  i singoli luoghi abbandonati, come i borghi, le case, le stazioni, i luna park, e anche le storie dimenticate  di donne ed uomini. Si chiama “abbandonologia”, una sorta di scienza poetica di cui Carmen Pellegrino si fa portavoce con il suo romanzo “Cade la terra”, che racconta di Alento, un paese del sud – immaginato, ma non del tutto -, dirupato e abbandonato a se stesso. E racconta di Estella che decide di restare, praticamente da sola,  al  paese, nel borgo vecchio, quello ad alto rischio di venire inghiottito dalla terra molle. Non le importa, è lì che vuol vivere e, finché avrà vita, vorrà imbastire e re-imbastire la storia del paese e dei suoi abitanti.

Vi è tornata, ad Alento, a 18 anni, dopo averlo lasciato per andare, due anni prima, in convento. Non si sa il motivo di quella decisione presa  a 16 anni né di quella di due anni dopo di scappare di notte dal convento con addosso ancora l’abito da monaca, con la sola speranza  di ritrovare in paese la sua vecchia casupola. La casupola, invece, è sprofondata nella terra inzuppata d’acqua. Trova, però, subito lavoro da istitutrice, vitto alloggio e buona retribuzione per sempre, in una casa tanto bella da sembrarle incantata. Con lei c’è il suo cane, Gedeone. Che le resterà accanto, vivo e poi morto.

Il senso di mistero e di magia, che avvolge tutta la storia,  lo si annusa fin dalle prime pagine, a cominciare dal paese che “cammina” per la frana, all’olmo della piazza le cui radici sembrano espandersi dove ce n’è bisogno, ai pini che con il loro improvviso “gorgheggio” fanno addormentare ogni cosa, Estella compresa, che poi si risvegliano prima di una sciagura incombente. Tra tutti e tutto, il mistero avvolge in particolare Estella di cui si seguono vicende, incontri, pensieri, decisioni  a bocca aperta dallo stupore incantato.

Nella prima parte del romanzo l giovanissima donna si occupa di Marcello, il ragazzo sedicenne – quindi quasi coetaneo –  di cui dovrebbe essere soltanto l’istitutrice, e invece se ne impossessa nutrendolo con “cibi grossolani”, gli unici che possono metterlo in carne e sconfiggere il pallore del viso. Il ragazzo, da parte sua, la subisce, affascinato e riottoso, e le fa mille dispetti, tentando di affrancarsene senza riuscirci. Potrebbero restare insieme per sempre, lei istitutrice a vita. Potrebbe succedere qualcosa tra loro. Al lettore piacerebbe di sicuro. Si può addirittura ipotizzare che lo speri e lo attenda con emozione.

Poi il sindaco ordina l’esodo dal vecchio borgo, posto a valle, verso il borgo nuovo posto a monte e quindi ancora un po’ protetto dalla frana che da 60 anni dirupa il paese, intaccando le fondamenta delle case con l’acqua che scende inesorabilmente dalla collina e forma fosse di raccolta senza possibilità di scolo. Solo l’olmo non ne ha risentito, ché le acque gli hanno girato attorno senza intaccarne le radici. Marcello e la madre lasciano la grande casa, lui mostrandosi felice di abbandonarle, casa ed Estella,  la madre consapevole che la ragazza starà a guardia di tutto il borgo vecchio e delle case che vengono lasciate vuote e aperte.

La seconda parte del romanzo è abitata dalla solitudine di Estella, dai suoi pensieri nostalgici, ma onesti, su Marcello, da cui non si è fatta avvicinare – convinta che chi non ha ricevuto amore non può saperlo donare – , dalla consapevolezza della presenza dei morti che han scelto la grande casa come luogo dell’ ultima dimora, e dal suo girovagare con passione dentro le case vuote e aperte, in cui ritrova segni del passaggio di chi ci è vissuto e di cui racconta – a sé e a noi – le  storie. Personaggi con esistenze desolate, piegati dalla miseria e dalla furia della natura e della storia, quella con la S maiuscola,  che han distrutto il poco che eran riusciti a costruire  e le speranze e le illusioni per sé e per i figli.

Sono personaggi indimenticabili. Da incontrare. Nella loro miseria, materiale e morale,  e in ogni tentativo di dignità. Da vivi. E da ritrovare,  morti e magnificamente lucidi e consapevoli.

Estella ogni anno, a novembre, nella grande casa imbandisce per loro la tavola con un’ attenzione delicata ai minimi particolari e con un dono nascosto sotto ogni tovagliolo, un dono che ha scovato nelle loro case e che sa significativo della loro vita. Anche Marcello si concede, quella volta all’anno, e lascia la casa sicura, dove è rimasto da solo, per salire alla vecchia dove ha abbandonato una donna che sperava, inutilmente,  di dimenticare.

La terza parte del romanzo è il racconto della cena, l’emozione di Estella, lo scetticismo di Marcello, e la compostezza degli invitati. Ma la serata prende una piega inaspettata e dolorosa per Estella che, mentre la casa scricchiola e un po’ si sbriciola, vive una specie di processo alle sue intenzioni. Gli ospiti  accomunano lei e Marcello nell’accusa, ma lui non sente neanche una parola, com’è giusto che sia in realtà e tutto preso da Estella, la provoca, la contesta e riesce perfino a dirle di sentirsi come “un disperato che ama e non può sapere se sarà mai ricambiato”.

Estella sente bene tutto, invece. Gli invitati sono implacabili  e, tra le tante accuse, denunciano di non essere lasciati in pace per il bisogno di riempire il vuoto delle vite ancora vive  con quelle passate. “Se non riuscite a fare a meno di noi, chiamateci pure, ma non per ricordarci chi siamo” – dicono. “Chiamateci per farci indossare abiti di vento…chiamateci per cambiarci i destini”.  Estella prova a difendersi, però riconosce che ha bussato alle loro porte per sfuggire alla solitudine. Ma non solo.

A cena finita, la casa, che sembrava crollare ormai anch’essa, si è riposizionata a resistere ancora. E qualcosa di inaspettato succede. Sotto l’olmo  c’è movimento. Tutti gli invitati stanno popolando la piazza. Le luci delle case si accendono. I vecchi abitanti sono tornati. E uno di loro, il vecchio banditore quasi cieco, corre ad annunciare l’evento del ritorno, perché “solo ciò che viene detto è accaduto”. Il silenzio degli anni dell’abbandono non c’è più. Ed Estella incontra ancora una volta la vecchia che l’aveva accolta, pietosa, appena tornata in paese, si era poi rifatta viva dentro a una delle tante storie e adesso le conclude.

Questo è un romanzo stra-ordinario e leggerlo permetterà di entrare profondamente dentro la poesia e l’incanto della cura dei luoghi abbandonati, che così  tanto hanno da raccontare di sé e di chi li ha abitati e che sono luoghi del cuore, da proteggere con generosità.

Togliere loro la parola alla fine renderebbe muta la letteratura.

 

 

 

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Autore: Maria Paoloni

Classe '44, abruzzese di nascita, amo Bologna che abito da 53 anni. Prof di psicologia in pensione. Giro ovunque con un libro, mio accompagnatore privilegiato e necessario. Amo scrivere così tanto che benedico perfino le mail e gli sms. Vivo da sempre al rallentatore il mio presente per accorgermi il più possibile della vita che mi passa accanto.

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