Beatrice Masella, Mare d’argilla

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Mare d'argilla

Mare d’argilla è la storia della famiglia del farmacista di Tursi, paese lucano. Si apre con una tragedia, la morte del primogenito. Poi, tante donne nel racconto. Vittoria, Titina, Clara, Isabella, Marianna, Clelia, tutte sorelle. Eleonora, la madre. Una zia e Santina, la curatrice.

Dopo la dedica, il libro riporta una breve poesia di Alda Merini. L’unica radice che ho mi fa male. Qual è la radice? Quale la colpa di questa radice che fa male?

La radice è una radice comune, i genitori e la storia dei genitori. La storia però non è una saga familiare che si sviluppa attraverso le generazioni, ma si concentra soprattutto sulla vita delle sorelle. A metà libro presento a ritroso la vita di Eleonora, la madre. Se pensiamo ad una famiglia bisogna farlo per almeno tre generazioni. Così il libro si chiude con Viola, lontana dalle radici che si raccontano, ma desiderosa di vedere quelle terre.

Sono radici che fanno male. Tutte le radici in qualche modo fanno anche male.

Il senso di colpa non è la colpa, ma è accaduto qualcosa che non è stato possibile elaborare. La morte del primogenito viene annunciata dallo sguardo innocente della figlia ultimogenita. La madre è attraversata da un dolore indicibile che trasforma in potenza distruttrice e distribuisce sulle figlie.

Nel libro non dico che cosa la madre abbia detto dinanzi alla tragedia. Pensavo di farlo alla fine della storia. Ma mi sono resa conto che quelle parole erano indicibili persino per me che le avevo pensate per scrivere. Vorrei chiedere ai lettori se si sono figurati quelle parole indicibili. Quando Clelia sta partorendo, chiede ragione alla sorella di quelle parole che le hanno tolto la memoria. Ma anche in un momento così topico, o soprattutto in quel momento, quelle parole non si potevano dire.

Il libro è anche autobiografico, ci sono molte radici della mia vita. Ma ricostruire la vita dei propri genitori non è facile. Non è facile neppure pensarli bambini, i genitori.

Titina ha un forte senso di colpa, ma è un bel personaggio.

Titina sa e capisce. È riuscita a non rimanere nella follia. Non sapevo che Titina sarebbe stata così forte. Non sapevo che il capitolo che la riguardava l’avrei scritto in prima persona attraverso lo sguardo della nipote, Giacinta. Tutti gli altri capitoli è come se li avessi scritti in trance. Su Titina avevo un nodo ed ho aspettato di sentire cosa dovesse succedere. Facevo fatica ad entrare nel suo dolore, nel suo sperdimento, nella sua pazzia, com’era intesa a quei tempi.

Vittoria, invece. C’erano tutti i presupposti perché fosse felice, tant’è che diventa l’amante dell’uomo che rifiuta.

Non potevo farla felice. Ho voluto presentare le donne del Sud come io le ho viste. Donne forti, con grandi desideri, ma anche fortemente legate alla famiglia, responsabili del destino della famiglia. Queste donne me le immagino che danno uno strattone per andare avanti e spingersi oltre il proprio destino, sono piene di lividi, ma sono riuscite ad allontanarsi almeno un po’. Questa loro fatica servirà alle generazioni successive, come un passaggio di testimone. Vittoria rifiuta il matrimonio perché aveva visto il padre già vecchio, e questo bastava.

È da dire che il mio vissuto sente molto il Nord. Quando sono arrivata al Nord e ho conosciuto donne del Nord, ho capito che erano diverse. Così ho voluto scrivere per amore delle donne del Sud, di quelle del Nord non riuscirei a scrivere.

Eppure storie simili si trovano facilmente anche al Nord.

Sì, certo. Infatti il vostro itinerario è interessante per poter fare confronti. Però…voi non sentite l’imprendibile nelle donne del Sud? Forse è malinconia, forse è la Magna Grecia con le sue tragedie.. Ho deciso di far pace con queste donne.

Sale e zucchero come medicamento per rinforzare Clelia. Non è ‘meridionale’, alla fine gli insegnamenti sono uguali ovunque.

Sono d’accordo. Non c’è giudizio in me raccontando il Sud. Non ho presentato i personaggi giudicandoli. Ho cercato solo di ricostruire per ciascuno un senso. La vita di Clelia, ad esempio, che dopo abbandono un po’, se non ne conoscessimo l’antefatto, non potrebbe avere senso.

Poi, i lettori leggono una storia in senso cronologico. Io l’ho dovuta scrivere a ritroso. Ho dovuto sottrarmi alla tentazione di guardare con uno sguardo giudicante le persone che si amano.

Quando si legge questa storia, quando se ne discute, bisogna sempre tenere a mente che siamo a inizio ‘900, altrimenti è facile arrabbiarsi. I personaggi sono tutti notevoli, ma torniamo a Vittoria che attendeva solo una dichiarazione dal padre.

Quando scrivo so la storia, ma non scelgo razionalmente. Dentro di me i personaggi sono già come li scriverò. È interessante vedere l’importanza che i lettori danno agli uomini e all’amore su questa storia. È interessante perché invece ciascuno di loro, dei personaggi, in questa passione d’amore ci mette altro. Vittoria, appunto. Ha l’amore per il padre, ma ha soprattutto l’amore per la farmacia. E anche se non può, per i tempi, essere una farmacista, sceglie comunque la professione. Prevale il suo amore per la scienza. Marianna desidera il mare, vuole un altro elemento e vuole fuggire lontano. E compie una scelta, difficile, discutibile, ma che la può avvicinare a questo.

Quindi l’uomo, il marito, è un mezzo?

È brutto, ma forse sì. A quei tempi. Però davvero bisogna rendere onore a queste donne che hanno sacrificato molto di sé.

Non è il padre dunque ad aver predisposto il percorso delle figlie?

Il padre sente solo che le figlie possono essere schiacciate da un futuro infausto e le spinge. O le lascia scegliere, dopo.

Oltre quello di Clara, esempio di innamoramento che non ti fa capire più niente, non si sente l’amore. Si sente la scelta.

Ci sono molti e vari tipi di amore in questa storia. E proprio Titina è quella che è riuscita a vivere l’amore più compiuto, seppure incompiuto. E’ lei che vive di incontri, parole, brevi follie come un innocente caffè. Ancora non dimentichiamo l’epoca, ma soprattutto non dimentichiamo la miseria dell’epoca. Prima di scrivere questo libro ho riletto Cristo si è fermato a Eboli, e l’ho sentita forte questa cosa della miseria. Poi, di nuovo, a questa miseria si aggiunge qualcosa del Sud che non so dire a parole. Il modo migliore che mi viene è tragedia che si trasforma in quotidianità.

Sono donne rassegnate dunque?

No, non sono donne rassegnate. Sono donne che hanno una dignità che conservano. Titina, ancora, ha una sua forza. Solo, non aveva le condizioni per scegliere fino in fondo un cambiamento.

Come è arrivata Anita Garibaldi nella storia delle figlie del farmacista?

È arrivata per rispetto a Titina. Avevo ascoltato il racconto di questa eroina straordinaria. La sua morte mi è parsa la storia giusta, una storia fuori che poteva trascinarla nella sua follia. Per la storia di Anita, per il suo soffocamento, Titina dà di matto, si taglia i capelli cortissimi…ma tagliarsi i capelli corti era simbolo di emancipazione.

E l’Odissea invece?

L’Odissea è il libro della vita di Eleonora, la madre. Ma è anche un mio libro epico. Io sono stata nutrita dai racconti delle mie zie, altro che Odissee! Racconti dove non si capiva mai dove stava la realtà, né lo avresti potuto sapere.

Ci pensavi da quanto al mare d’argilla?

Ci pensavo da molto. Avevo letto Mille anni che sto qui e m’era parso che il mio libro fosse già stato scritto. Poi ho pensato che dovevo scriverlo a mio modo. Inoltre volevo ricomporre una storia, la mia storia.

Santina.

Santina è il trade union. Avevo bisogno di un personaggio che ‘raccogliesse’ (descrive con la mano una serie di cerchi mentre pronuncia il verbo). Santina è una possibile sorella, da qualche parte ho insinuato la possibilità.

E Zia Nenè.

Zia Nenè ha il dono del racconto. Si serve di gatti per farlo, come fossero loro, i felini, a raccontare. Volevo creare quest’illusione, forse ci sono riuscita visto che mi hanno chiesto se davvero i gatti raccontano storie.

Bella la scelta della dignità. Quella che poi ci ha portati sin qui.

Sì, ci ha portati sin qui, ma non è stato facile. Perché i messaggi che ci arrivavano erano ambigui, del tipo Non siate come noi, però attenzione. Sembra un mandato impossibile tra generazioni. Un mandato peraltro che non può essere implicito, altrimenti ti condanna a rimanere legato a quell’attenzione. Il mandato dev’essere detto, tirato fuori. Eleonora non è riuscita ad elaborare il suo dolore, non è riuscita a dirlo, (per non passarlo) e così lo ha passato come colpa alle figlie. Ma proprio in questo modo le ha condannate, perché quando i dolori sono inaffrontabili diventano tragedie. Quando il dolore è rabbioso è qui la colpa.

Della colpa abbiamo detto. E la vergogna?

La vergogna è fortissima nelle donne del Sud. Ripeto, ho scritto questo libro in onore di queste donne potenti e onnipotenti, soprattutto verso i figli. Donne potenti mi hanno raccontato ed io ho potuto scrivere. Ho sentito il bene e il male di questo mio rapporto con quelle donne. Ho sentito la loro carnalità, la loro fisicità. Nelle donne del Sud il corpo entra molto in gioco, a scapito della ragione, forse. Le donne del Nord hanno radici all’aria aperta, non hanno non detti, credo.

Si respira molta umanità nel libro.

L’umanità fa parte di una storia. Ogni personaggio, credo abbia una sua diversa umanità.

Bologna.

Bologna è un mito per me. A Bologna sono arrivata. Ma è successo di voler tornare alla mie radici. Nulla accade a caso. Avevo vinto un premio in Lucania, è stata l’occasione per rivedere la casa dei nonni, cercare le zie, andare al cimitero. È scattato qualcosa. Poi, la casa editrice è del Sud, l’editrice una giovane donna molto attenta. Ho riscontrato una dimensione altra. Ma credo nella totale libertà di scegliersi le radici. Credo nell’umanità. Tant’è che racconto la mia storia dal Nord.

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Autore: Vita Marinelli

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